S3 – dal 1306 al 1700

S3 – dal 1306 al 1700

Scritto di ANTONIO BATTAGLIA
(integrazione di Dino Ballabio)

Una comunità di confine

Ricostruire le vicende di una comunità rurale di antico regime, nel periodo che va dal dominio visconteo fino al governo asburgico, è impresa ardua per la complessità delle relazioni che intercorrono tra gli abitanti stessi e tra gli abitanti e le istituzioni civili ed ecclesiastiche, per l’eterogeneità delle fonti – siano esse a stampa oppure manoscritte o documentarie –, per la realtà che caratterizza ciascuna comunità rurale.

L’impresa si complica ulteriormente se l’oggetto della ricerca è costituito da una piccola comunità dello Stato di Milano, che alcune fonti ricordano abitato da 240 persone a metà Seicento e nemmeno il doppio nel 1751, quando sono censite 407 persone[1].

Se a questi ridotti “numeri” si aggiunge la mancanza di documentazione seriale riguardante la comunità e/o i singoli abitanti da una parte, e dall’altra il fatto che Brenna risulta essere una terra di “confine”, si potrebbe benissimo affermare come di Brenna poco o nulla si possa dire in riferimento al periodo che qui si vuole prendere in esame.

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[1]  ASMi, Catasto, cart. 3042.
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Non volendo proporre in questa sede una storia generale di Milano o di Como per questo intervallo cronologico dando per scontato che le vicende abbiano coinvolto e interessato anche gli abitanti di Brenna – soluzione troppo spesso adottata nella compilazione di storie locali –, si è cercato di costruire una immagine della comunità senza intessere un discorso continuo dal punto di vista storico, proponendo invece una lettura diacronica mettendo in relazione una parte dei documenti rintracciati e sacrificandone, ovviamente, altri che per il loro carattere estemporaneo non potrebbero che trovare segnalazione in una cronaca meramente annalistica o aneddotica.

Nelle pagine seguenti, dunque, tenteremo di coordinare una serie di documenti inquadrandoli all’interno delle istituzioni che li hanno generati.

L’amministrazione della comunità rurale

Brenna, come tutte le comunità rurali, era dotata di un apparato amministrativo locale che doveva far fronte alla necessità di tutelare, amministrare, gestire, organizzare e predisporre tutto quanto era inerente la vita collettiva e che veniva a essere, ovviamente, l’interlocutore privilegiato con gli organi di controllo periferici e centrali dello Stato di Milano.

Nel Settecento è documentato come a Brenna fossero presenti un console, un cancelliere e un esattore [2].

La loro nomina avveniva seguendo una prassi di antica consuetudine, nel corso di un’assemblea pubblica indetta in giorno festivo nel luogo dove si svolgeva la vita comunitaria – di solito nei pressi della chiesa dove si svolgevano regolarmente le funzioni religiose –, assemblea a cui partecipavano tutti i capifamiglia o meglio i capifamiglia che pagavano gli oneri reali.

L’esito dell’assemblea, che assumeva valore giuridico, era raccolto da un notaio che presenziava alla stessa, prendeva nota dei nomi dei partecipanti specificando come l’elezione avvenisse a maggioranza degli aventi diritto (dovevano essere presenti almeno i due terzi perché la votazione potesse essere considerata valida) e, infine, specificava le incombenze a cui gli eletti avrebbero dovuto attendere nell’espletamento dell’incarico assunto.

La più antica assemblea documentata risale agli ultimi anni del Trecento ed è tramandata nel cartolario del notaio Petrinus de Venzago che aveva la sua residenza in Mariano e riguarda i capifamiglia residenti in Olgelasca: benché di difficile lettura il cognome attestato con frequenza è quello della famiglia Castoldi, che le ricerche di Stefania Duvia in questo stesso volume hanno documentato in epoche remote quali dipendenti del monastero di Meda.

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[2]  ASMi, Catasto, cart. 3042.
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Il livello di istruzione delle persone elette non doveva essere elevato: era necessario saper far di conto per gestire gli aspetti economici legati all’incarico ricoperto, mentre saper leggere e soprattutto scrivere dovevano essere a livelli elementari.

Ottima invece doveva essere la conoscenza della realtà locale così da garantire i diritti della comunità contro eventuali soprusi compiuti da privati o dalle comunità limitrofe.

L’assemblea dei capifamiglia poteva anche procedere alla nomina di propri rappresentanti nel momento in cui si fosse rivelata la necessità di svolgere ben definiti e limitati compiti, incombenze che esulavano dall’ordinaria amministrazione e che vedono quindi la nomina di persone ad hoc che offrivano la garanzia di ottenere i migliori risultati.

È il caso, a esempio, della questione riguardante la nomina del sacerdote che avrebbe dovuto prendere in carico la cura d’anime nelle chiese di S. Antonino di Pozzolo e dei SS. Gervaso e Protaso di Brenna, quando interviene dominus Gabriel de Brena iuris utriusque doctor abitante in Brenna, probabilmente lui stesso patrono del beneficio di cui si parla [3].

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[3]  ASMi, Comuni, cart. 14, fasc. Brenna; ASMi, Famiglie, cart. 30, fasc. Brenna.
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In una lettera indirizzata all’“illustrissimo principe metuendissimo” ovvero al duca di Milano gli uomini di Brenna con Pozzolo e i patroni del beneficio si lamentano del comportamento tenuto dall’arcidiacono della Chiesa Maggiore di Milano Antonio de Paravecino, il quale ha fatto in modo di assegnare il beneficio ecclesiastico di Brenna a un suo familio, “indocto totalmente et inexperto a cura de anime zoè pre Antonio ut dicitur de li Garimberti”.

La lettera prosegue affermando che gli abitanti e i patroni hanno già provveduto a nominare un nuovo sacerdote, “prè Michele de la Capreta homo prudentissimo e epertissimo et aptissimo ad esso beneficio”.

Con la fierezza che contraddistingue gli abitanti, si invita il Duca a non accogliere la richiesta dell’arcidiacono, per evitare “gravissimo scandalo”, ma a dar seguito alla nomina effettuata dalla comunità, cioè a nominare un sacerdote che avrebbe garantito la presenza in loco oltre a un’indole più consona a un sacerdote.

Non sappiamo se la richiesta inoltrata al Duca di Milano, a cui competeva la nomina del candidato da sottoporre alle autorità ecclesiastiche, sia stata accolta o meno poiché non è stato possibile ricostruire la cronotassi dei parroci di Brenna per i periodi più antichi.

L’esazione fiscale

“El loco da Brena con Pozolo” è forse la più antica attestazione della comunità di Brenna in un documento di natura prettamente civile: l’anno è il 1346 e la segnalazione è tratta dagli Statuti delle acque e delle strade di Milano.

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… ………. 1346
“Statuti delle acque e delle strade del Contado di Milano”

Il Comune di Brenna risulta incluso nella Pieve di Mariano e viene elencata tra le località cui
spetta la manutenzione della ” strata da Niguarda ” come ” el locho da Brena con Pozolo “
—- §§§§§§ —-
Il Comune di Olgelasca risulta incluso nella Pieve di Mariano e viene elencato tra le località cui
spetta la manutenzione della “strata da Niguarda” come “el locho da Olzelascha”.
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Le comunità che erano situate lungo le principali direttrici che attraversavano il territorio del contado milanese erano tenute alla cura di un tratto di strada provvedendo direttamente alla manutenzione o più realisticamente provvedendo a versare una somma in danaro che venisse impiegata nel mantenere in esercizio le vie di collegamento.

La comunità di Brenna con Pozzolo era tenuta a partecipare alle spese di manutenzione di un tratto della strata da Niguarda, la strada che da *** porta a ***.
Ogni comunità, comunque, era tenuta a versare alle casse dello Stato le imposte camerali e provinciali in misura proporzionale al reddito che la stessa comunità aveva.

La riscossione dei tributi era affidata all’esattore, la cui nomina veniva ratificata in occasione dell’assemblea degli abitanti; l’esattore che aveva preso in appalto l’incarico era tenuto ad anticipare la somma dovuta per i carichi regi e provinciali alla cassa dello Stato procedendo a sua volta alla riscossione secondo le modalità prescritte dalla consuetudine sulla base dei riparti d’estimo attribuiti alle singole famiglie.

La necessità di dover anticipare somme anche cospicue implica come alla carica avessero accesso persone che potevano disporre di liquidità finanziaria e quindi appartenenti a famiglie con un consistente patrimonio; sovente si trattava di possidenti che risiedevano oppure che avevano proprietà in paese o che avevano interessi nel territorio.

La somma che l’esattore doveva riscuotere era costituita in primis dalle imposte che dovevano essere versate alla cassa del Ducato, somma che come detto era stata anticipata da chi aveva preso in appalto l’incarico, a cui si aggiungevano le esazioni locali il cui importo complessivo era stabilito dall’assemblea e che doveva coprire le spese considerate necessarie per la realizzazione di opere o attività a servizio della comunità stessa.

Tra queste si deve annoverare la riscossione della somma prevista per il mantenimento del sacerdote celebrante nella chiesa di Brenna.

Ma accanto alle esazioni ordinarie a volte sulle comunità del Ducato venivano ripartiti oneri straordinari, eccezionali nella loro imposizione anche se magari ripetuti nel corso degli anni, spesso dovuti per rimpinguare le casse di uno Stato che aveva necessità di liquidità.

Contributi straordinari erano ripartiti anche per il mantenimento dei militari che attraversavano lo Stato: alloggiamento dei soldati, distribuiti nelle abitazioni del territorio, forniture di alimenti e animali, con la promessa di essere rimborsati in un momento successivo che spesso veniva posticipato ulteriormente dall’amministrazione deputata al pagamento.

Per quanto riguarda la comunità di Brenna si tratta il più delle volte non di prestazioni reali ma di una tassa vera e propria che era distribuita su tutte le comunità del contado.

È chiaro come queste continue vessazioni tributarie influissero sulla gestione dei beni, mettendo in crisi quelle famiglie che non potevano disporre di un patrimonio cospicuo alle spalle.

Questioni militari

Trovandosi ai confini di due entità amministrative diverse – Milano e Como – la difesa del territorio e del confine era questione di primaria importanza.

L’esistenza di un castrum in Brenna è nota dalla letteratura: probabilmente si trattava di una abitazione o di un complesso di edifici facilmente difendibile che serviva a proteggere gli abitanti in attesa dell’arrivo di rinforzi militari chiamati in soccorso.

Così ancora nel 1496 lo spectabilis dominus Antonius de Brena fq domini Castelli abita in castro loci Brena [4].
Un’ulteriore struttura difensiva, probabilmente di più antica costruzione, era in Pozzolo visto che nel 1365 è attestato un castrum […] de Pozollo [5].

Annotazione documentaria che permette di comprendere perché fino alla metà del Cinquecento la parrocchia avesse ufficialmente sede nella chiesa di S. Antonino di Pozzolo (esistente nel 1396 in quanto segnalata nel Liber notitiae Sanctorum Mediolani; utilizzata anche come fienile, ancora nel XVI secolo erano visibili antichi affreschi) benché già nel secolo precedente le funzioni fossero regolarmente celebrate nella chiesa dei SS. Gervaso e Protaso in Brenna.

Il trasferimento delle funzioni militari e religiose a Brenna è riconducibile al migliore inserimento dell’abitato nel reticolo viario che insiste sul territorio, come è stato illustrato in altro capitolo di questo libro.

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[4]  ASMi, Notarile, cart. 4045 di Tommaso da Seregno, 1496 settembre 6.
[5]  ASMi, Notarile, cart. 2 di Petrinus de Vanzago, 1365.
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Come precedentemente detto, il passaggio di eserciti nel territorio del Ducato comportava la necessità di sopperire alle loro esigenze.

Nel 1527, a esempio, dietro mandato del Governatore di Como, il magnifico capitano chiamato “el male herba” avrebbe dovuto requisire buoi per il trasporto di artiglieria oppure riscuotere la somma di 6 lire imperiali, così afferma Angelinus de Longono fq Stefano: poiché la comunità non ha potuto versare la somma il capitano ha requisito gli animali ad Angelino il quale per il danno subito chiede di essere rimborsato dalla comunità [6].

All’inizio del Seicento, quando la via piemontese viene chiusa alle truppe spagnole, l’accesso allo Stato di Milano avviene dal nord attraverso la Brianza: le comunità sono tenute a prestare alloggio alle truppe e diverse sono le richieste di rimborso per le spese sostenute.

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[6]  ASMi, Notarile, cart. 9363 di Gaspare de Marutis, 1527 gennaio 18.
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La giustizia

La giustizia era amministrata nel palatium di Mariano [7].

Ai magistrati che ivi svolgevano la propria attività ci si rivolgeva per far valere i propri diritti quando altre strade di composizione non avevano dato esito a risultati soddisfacenti, oppure quando era necessario seguire i precetti presenti negli ordinamenti giuridici.

Una strada costosa, quella della giustizia, per le figure professionali che erano chiamate ad agire (giudici, avvocati etc.), i cui esiti potevano attendersi dopo anni.

Ma il palatium era anche il luogo dove ci si recava per la stipulazione di atti notarili in quanto era presente il notaio.

Così a Mariano troviamo nel 1371 Andriolus Castoldus fq Iacobi dicti Barete di Olgelasca verso cui viene emesso un preceptus perché venga estinto un debito contratto dal padre e che deve essere riscosso dalla figlia del defunto creditore [8], ma numerose sono le attestazioni di abitanti di Olgelasca o provenienti da quell’abitato, in particolare nei testimoni degli atti notarili [9].

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[7]  M. Corbetta, A. Martegani, Dal Basso Medioevo agli inizi dell’Età Moderna, in Storia di Mariano Comense. Dal basso Medioevo alla Seconda Guerra Mondiale, Como 2004, pp. 41-44.
[8]  ASMi, Notarile, cart. 2 di Petrinus de Vanzago, 1371.
[9]  Molti documenti rogati dal notaio Petrinus de Vanzago (ASMi, Notarile, cart. 2) riportano nei testimoni, tra le coerenze o tra gli attori stessi persone definite de Olgelasca o in alcuni casi de Brena, spesso sono indicate come residenti in Mariano stesso oppure in comunità limitrofe, lasciando quindii ipotizzare una recente o vetusta emigrazione da Olgelasca o Brenna verso le nuove località di residenza.
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Davanti alla giustizia compare a metà Cinquecento Cesare Brenna: accusato di diversi reati, tra cui quello di aver ordito l’omicidio di Camillo Brenna, e bandito dallo Stato, venne arrestato in Brenna e portato in carcere per aver contravvenuto al bando [10].

Di lui rimane una supplica inoltrata al Senato nella quale si segnala l’indigenza in cui il condannato si è trovato non potendo disporre dei pochi beni che possedeva (nella supplica viene definito povero).

Se anche nella supplica fosse stato accentuato lo stato di indigenza in cui versava il supplicante per ottenere più facilmente una diminuzione della pena se non la grazia stessa, il documento testimonia della difficoltà a sopravvivere dignitosamente di una parte della popolazione.

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[10]  ASMi, Famiglie, cart. 30, fasc. Brenna.
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La risoluzione delle problematiche giuridiche, se possibile, veniva risolta mediante la mediazione dei rappresentanti della comunità: nel 1371 il console di Olgelasca intima ai consoli di Romanò e di Villa la restituzione di quanto sottratto alla comunità da lui rappresentata [11].

Di che cosa si fossero appropriate le vicinie limitrofe a Olgelasca non è dato sapere (l’atto notarile tace al riguardo), ma ci si trova di fronte agli inizi di una possibile azione legale vera e propria data la presenza di un notaio che attesta le azioni compiute dal console di Olgelasca.

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[11]  Asmi, Notarile, cart. 2 di Petrinus de Vanzago, 1371 luglio 5.
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La vita quotidiana

Non è difficile immaginare come la vita quotidiana fosse legata alle consuetudini e alle tradizioni millenarie tipiche di luogo in cui le attività seguono il ritmico susseguirsi delle stagioni.

Infatti agricoltura e allevamento del bestiame sono le occupazioni a cui si dedicano gli abitanti.

I più fortunati avevano la possibilità di coltivare i propri terreni garantendo la sopravvivenza della propria famiglia e commercializzando il surplus raggiungendo un decoroso stile di vita; altri erano costretti a coltivare terreni altrui.

La proprietà fondiaria presente in Brenna si divide tra privati e enti religiosi.

Questi ultimi hanno grande importanza: se nelle epoche remote la presenza di enti religiosi è documentata per fondazioni milanesi, a partire dal Quattrocento si affacciano sul territorio anche enti comaschi, anche questo indice della situazione di “confine” in cui si trovava la realtà di Brenna.

Gli estimi cinquecenteschi testimoniano la presenza di numerosi proprietari che risiedono tuttavia in altri comuni, limitrofi o addirittura nella capitale dello Stato di Milano, spesso famiglie che nel corso del XVI e del XVII secolo cedono i beni in Brenna essendo ormai altrove gli investimenti e le attività familiari.

Così accade che siano testimoniate alcune famiglie che i documenti attestano essere presenti da tempo, come i Castoldi, che negli estimi secenteschi non si ritrovano.

Riguardo questa famiglia occorre prendere in considerazione gli affreschi del catino absidale del S. Adriano di Olgelasca che presentano una scritta dedicatoria la cui comprensione è resa difficoltosa dalla frammentarietà dell’iscrizione ma che ricorda i committenti dell’affresco: letti come de Canoldis dallo Zastrow [12], tratto in inganno probabilmente dall’errata integrazione compiuta dai restauratori proprio su alcune lettere del cognome, questi devono essere correttamente identificati con i de Castoldis, come le fotografie e una lettura in loco hanno confermato.

La famiglia aveva assunto nella seconda metà del Quattrocento una importanza notevole, tanto da poter ottenere dal monastero di Meda l’autorizzazione a far abbellire l’abside della chiesa e il permesso di far apporre una iscrizione che perpetuasse la memoria dell’atto munifico di cui si erano fatti carico.

Quando non si lavora la terra di un ente religioso, l’affitto è costituito dalla consegna dei prodotti della terra essendo il contratto di solito mezzadrile, anche se spesso per chi lavorava prestiti anticipati per poter coltivare il terreno creavano un legame di dipendenza e di indebitamento nei confronti del proprietario che difficilmente avrebbe permesso ai contadini di poter riscattare i debiti contratti.

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[12]  O. Zastrow, La chiesa di Sant’Adriano a Olgelasca di Brenna, Brenna 1987.
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Scarse sono le testimonianze che riguardano i matrimoni e i beni dotali che costituivano i corredo della sposa: a fine Quattrocento Iohannes de Brena fq Iohannis di Olgelasca sposa Francesca de Pilli di Mariano che porta una dote di 64 lire imperiali e i beni dotali mentre Iacobus de Castoldis fq Beltramini di Mariano sposa Conradina de Brena sorella di Iohannes che porta una dote di 80 lire imperiali e i beni dotali [13].

Il fatto che gli atti notarili siano stati rogati uno di seguito all’altro è indice del fatto che i matrimoni erano stati preparati da tempo, all’interno di un programma di apparentamenti di cui le tracce documentarie stentano a far conoscere la trama.

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[13]  ASMi, Notarile, cart. 630 di Macherio Gabriele, 1485 (?) gennaio 22.
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