S4 – dal 1700 al 1800

S4 – dal 1700 al 1800

Scritto di ELENA D’AMBROSIO
( integrazioni di Dino Ballabio )

IL SETTECENTO E L’ETA’ NAPOLEONICA

L’età delle riforme
Da Carlo VI a Maria Teresa d’Austria

Con l’inizio del Settecento, dopo quasi due secoli di dominazione spagnola, l’antico Ducato di Milano in cui era ancora incluso il comune di Brenna (Pieve di Mariano), passò nelle mani degli Absburgo d’Austria.

Non fu certo un passaggio diretto e indolore.

Infatti, proprio nel 1700, la morte senza eredi diretti di Carlo II di Spagna aveva aperto una lunga stagione di guerra che oppose Francia, Spagna e, in principio, anche il Piemonte, fautori di Filippo d’Angiò (l’erede testamentario), a Inghilterra, Olanda, Austria e alcuni stati tedeschi, intervenuti a sostegno di Carlo d’Absburgo, secondogenito di Leopoldo I d’Austria. Nel settembre del 1706 le truppe austriache occuparono Milano.

Con i trattati di Utrecht e Rastadt, nel 1713-14, Carlo VI, divenuto imperatore d’Austria dopo la morte improvvisa del fratello Giuseppe I nel 1711, rinunciò alla Spagna e alle sue colonie ma ottenne i Paesi Bassi, Milanese, Napoli e la Sardegna [1].

La conclusione della guerra di successione spagnola anche se riportò una certa stabilità politica, non determinò inizialmente, soprattutto per quanto riguarda la politica fiscale, concreti mutamenti di rapporto fra lo Stato di Milano e il potere centrale, nonostante il forte e diffuso malcontento per la tassazione troppo gravosa e il disordine nelle riscossioni, ereditati dal governo precedente.

Da più parti si erano levate voci che chiedevano fondamentali riforme per risollevare un’economia esausta, dissanguata dal fisco spagnolo.

I Decurioni della città di Como, ad esempio, avevano fatto recapitare all’Imperatore, alla fine del 1714, una memoria in cui veniva rimarcato il profondo stato di crisi dell’economia comasca [2].

La prospettiva di un nuovo estimo sembrava ormai inevitabile. Gli Austriaci compresero che la riorganizzazione del sistema fiscale non poteva, infatti, prescindere da una profonda revisione degli estimi e del catasto cinquecenteschi.

Nel 1718 Carlo VI passò all’azione con la nomina di una Giunta per il censimento presieduta da Vincenzo de Miro e composta da funzionari forestieri (per evitare possibili condizionamenti) che diede l’avvio alla formazione del catasto.

In questo grandioso lavoro compiuto tra il 1721 e il 1723, furono introdotte fondamentali innovazioni costituite dal rilevamento geometrico particellare dei terreni, con l’esatta misurazione e rappresentazione su mappe topografiche in scala (1:2000) non della proprietà complessiva ma di ogni singola particella, indicando per ciascuna di esse il proprietario, la destinazione colturale (qualità del terreno, uso), la stima.

1 – ABBAZIA SS, COSMA e DAMIANO di Como
particelle di proprietà :         01 -Abbazia Cosma Damiano
tipologia terreni            :        T1 -Abbazia Cosma Damiano
    

2 – ARCELLASCO GOTTARDO
particelle di proprietà :        02 -Gottardo Arcellasco
tipologia terreni            :        T2 -Gottardo Arcellasco

3 – AGOSTINO CABIATI e Fratello
particelle di proprietà :      03 -Agostino Cabiati e Fratello
tipologia terreni            :       T3 -Agostino Cabiati e Fratelli

4 – GIOVANNI BATTISTA CASATI
particelle di proprietà :     04 -Giovanni Battista Casati
tipologia terreni            :     T4 -Giovanni Battista Casati

5 – GIOVANNI GABRIO CASATI
particelle di proprietà :      05 -Giovanni Gabrio Casati
tipologia terreni            :      T5 -Giovanni Gabrio Casati  

6 – GIULIA CASATI
particelle di proprietà :    06 -Giulia Casati
tipologia terreni            :    T6 -Giulia Casati

7 – GIULIO CESARE CASATI
particelle di proprietà :     07 -Giulio Cesare Casati
tipologia terreni            :     T7 -Giulio Cesare Casati

8 – GASPARE CASATI
particelle di proprietà :     08 -Gaspare Casati 
tipologia terreni            :     T8 -Gaspare Casati

9 – GEROLAMO CASATI
particelle di proprietà :      09 -Gerolamo Casati
tipologia terreni            :     T9 -Gerolamo Casati

10 – ANGELO COPPA
particelle di proprietà :      10 -Angelo Coppa
tipologia terreni            :      T10 -Angelo Coppa

11 – GIOVANNI BATTISTA COPPA
particelle di proprietà :      11 -Giovanni Battista Coppa
tipologia terreni            :      T11 -Giovanni Battista Coppa

12 – FRANCESCO GIOVIO
particelle di proprietà :      12 -Francesco Giovio
tipologia terreni            :      T12 -Francesco Giovio

13 – GIOVANNI PIETRO GIUSSANO
particelle di proprietà :      13 -Giovanni Pietro Giussano
tipologia terreni            :      T13 -Giovanni Pietro Giussano

14 – ISIDORO OLGIATI
particelle di proprietà :      14 -Isidoro Olgiati
tipologia terreni            :      T14 -Isidoro Olgiati

15 – AGOSTINO MASPERO
particelle di proprietà :      15 -Agostino Maspero
tipologia terreni            :      T15 -Agostino Maspero

16 – MONASTERO ASCENSIONE di Como
particelle di proprietà :      16 -Monastero Ascensione
tipologia terreni            :       T16 -Monastero Ascensione di Como
17 – MONASTERO S.GIULIANO di Como
particelle di proprietà :      17 -Monastero s.Giuliano
tipologia terreni            :      T17 -Monastero S.Giuliano di Como
18 – RAIMONDO ODESCALCHI
particelle di proprietà :      18 -Raimondo Odescalchi
tipologia terreni            :      T18 -Raimondo Odescalchi

19 – PARROCCHIA di ALZATE
particelle di proprietà :      19 -Parrocchia Alzate
tipologia terreni            :      T19 -Parrocchia di Alzate
20 – PARROCCHIA di BRENNA
particelle di proprietà :    20 -Parrocchia Brenna  
tipologia terreni            :    T20 -Parrocchia di Brenna

21 – GIUSEPPE PEREGO
particelle di proprietà :      21 -Giuseppe Perego
tipologia terreni            :      T21 -Giuseppe Perego

22 – GIOVANNI BATTISTA SASSI
particelle di proprietà :      22 -Giovanni Battista Sassi
tipologia terreni            :      T22 -Giovanni Battista Sassi

23 – SCUOLA SS. SACRAMENTO di Brenna
particelle di proprietà :      23 -Scuola SS Sacramento
tipologia terreni            :      T23 -Scuola SS Sacramento di Brenna

24 – PIETRO ANTONIO VIDARIO
particelle di proprietà :      24 -Pietro Antonio Vidario
tipologia terreni            :      T24 -Pietro Antonio Vidario

25 – FRANCESCO SARAGO
particelle di proprietà :      25 -Francesco Sarago
tipologia terreni            :      T25 -Francesco Sarago

26 – GEROLAMO ZUCCHI
particelle di proprietà :      26 -Gerolamo Zucchi
tipologia terreni            :      T26 -Gerolamo Zucchi

27 – GIUSEPPE ZUCCHI
particelle di proprietà :      27 -Giuseppe Zucchi
tipologia terreni            :      T27 -Giuseppe Zucchi

28 – PAOLO ZUCCHI
particelle di proprietà :      28 -Paolo Zucchi
tipologia terreni            :      T28 -Paolo Zucchi

29 – PIETRO FRANCESCO ZUCCHI
particelle di proprietà :      29 -Pietro Francesco Zucchi
tipologia terreni            :      T29 -Pietro Francesco Zucchi 

30 – RIPARTIZIONE TERRENI – Tipologia Sociale
particelle di proprietà :      30 -Ripartizione sociale
tipologia terreni            :      T30 -Ripartizione Generale
 
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[1]  Ignazio Cantù, Le vicende della Brianza e dei paesi circonvicini, vol. II, presso la tipografia di Giuseppe Redaelli, Milano 1853, pp. 167- 180.
[2]  G. Galli, Il “modello della più perfetta legislazione economica”. Il catasto milanese da Carlo VI a Maria Teresa (1718-1760) in La misura generale dello stato. Storia e attualità del Catasto di Maria Teresa d’Austria nel territorio di Como, catalogo della mostra (Como 1980), Ministero per i Beni Culturali e Ambientali – Archivio di Stato di Como – Comune di Como, Como 1980, pp. 9-13. All’insufficiente produzione agricola, dovuta alla sterilità del suolo in gran parte montuoso, si sovrapponeva la crisi dell’industria che aveva visto tra il 1650 e il 1700 la scomparsa in città e nei borghi delle attività legate alla produzione di lana e seta, con conseguente decadenza del commercio. Nella memoria veniva criticato, naturalmente, il vecchio sistema fiscale spagnolo che, sottolinea Galli, “si limitava a ripartire tra le province componenti lo Stato di Milano la quota spettante al sovrano, lasciando poi a ciascuna di esse il sottoriparto, cosa che scatenava autentiche risse fra provincia e comunità, tra comunità e singoli, e all’interno di questi ultimi”. Le proteste di Como riguardavano in particolare la disparità nell’assegnazione delle quote provinciali. Si suggeriva, quindi, una maggiore equità nella distribuzione dei carichi fiscali fra le varie province. Sull’industria comasca del Settecento cfr. D Severin, L’economia comasca nel ‘700, Como 1952; D. Severin, L’industria serica comacina durante il dominio austriaco (1737-1859), Presso il Centro Lariano per gli Studi Economici, Como 1960, pp.21-69; B. Caizzi, Storia del setificio comasco: L’Economia, Presso il Centro Lariano per gli Studi Economici, Como 1957, pp.17-38.
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Sulla base di questi dati si sarebbe calcolato l’imponibile di ogni contribuente [3].

Anche la mappa relativa al comune di Brenna si compilò in quell’arco di tempo.

La misurazione del territorio, che comprendeva Pozzolo ma non Olgelasca, all’epoca comune a sé stante, fu eseguita dal geometra Isidoro Brambilla con l’assistenza di Zorobabel Stroppa, Carl’Ambrogio Rovate, Paolo Consonni, Carlo Consonni e Francesco Citterico.

brenna foglio07  documento originale

Il geometra Brambilla si occupò anche dei rilievi ad Olgelasca, avendo ancora come assistenti Z. Stroppa, Carl’Ambrogio Rouate a cui si aggiunsero Giò Costa e Bartolomeo Monti [4].

Mappe e sommarioni (ovvero l’elenco dei beni censiti con l’indicazione del proprietario, della misura, della qualità e del valore capitale) di tutti i comuni del Ducato furono esposti pubblicamente nel 1723, dando la possibilità agli interessati di far riscontrare eventuali errori.

La Tavola del Nuovo Estimo del comune di Brenna “rivista e corretta dal Visitatore e Stimatore Alessandro Perego” fu pubblicata “per editto dalla Real Giunta del Censimento del 30 settembre 1726”.

A partire dal 1726 iniziò una nuova fase di osservazioni che vide impegnata la Giunta nell’esame dei parecchi ricorsi presentati e delle altrettanto numerose richieste di esenzione.

Intervenne il collegio dei periti a revisionare il lavoro compiuto.

L’Estimo di Brenna fu di nuovo rivisto e corretto “dal Collegio dei Periti a forma della di loro relazione del dì 22 gennaio 1732” [5].

Tuttavia l’anno successivo, lo scoppio del conflitto tra Austria da una parte e Francia, Spagna e Piemonte dall’altra per la successione polacca (1733-1738), segnò una lunga battuta d’arresto.

Il Milanese fu ancora una volta teatro di scontri e occupazioni militari.

Il materiale documentario del censimento venne trasferito a Mantova, luogo più sicuro.

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[3]  Insieme alla estrema precisione della compilazione, il nuovo catasto rappresentava veramente una novità rispetto al precedente catasto cinquecentesco, base unicamente per la ripartizione dell’imposta fra le sette province.
[4]  Archivio di Stato di Como (ASCo), UTE, Catasto Teresiano, Mappe, cart. 33. La misurazione del territorio di Brenna ebbe luogo dal 16 febbraio al 10 marzo 1722. La mappa fu copiata dal disegnatore Paolo Carisio in 8 fogli. Mentre per quanto riguarda Olgelasca la misurazione iniziata il 13 marzo 1722, terminò tre giorni dopo. La mappa fu copiata dai disegnatori Baldassarre e Giuseppe Garavaglia.
[5]  Ibidem
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Con la pace di Vienna fu sancita l’appartenenza dello Stato di Milano alla Casa d’Austria, ma la situazione non era destinata a normalizzarsi tanto rapidamente, mentre gli oppositori del catasto erano riusciti a far rinviare ulteriormente il progetto.

Scomparso, infatti, nel 1740 Carlo VI si riaccese la guerra (1740-1748) per la successione che sarebbe spettata alla figlia Maria Teresa.

Trascorsero altri otto anni di conflitto prima di arrivare alla pace definitiva, siglata ad Acquisgrana, che confermò sul trono imperiale Maria Teresa, privando però la Stato di Milano di parte del territorio che esso aveva all’inizio del secolo [6].

Il periodo di stabilità e tranquillità che ne seguì favorì la ripresa del moto riformatore guidato dall’imperatrice [7], che trovò un valido appoggio nel Pallavicini, governatore dello Stato di Milano dal 1750 al 1753, tra i principali sostenitore del censimento.

Con la nomina, nel 1749, di una nuova Real Giunta del Censimento, presieduta da Pompeo Neri, fu così proseguito il lavoro interrotto da quella precedente.

Si aggiornarono mappe e registri che furono poi completati con le indicazioni dei fabbricati soggetti a tassazione, i cosiddetti “beni di seconda stazione”.

Per Brenna la “descrizione, intestazione e stima” dei beni di seconda stazione fu eseguita dal perito Giò Camnasio, che era poi lo stesso cancelliere del Comune [8].

Nel 1750-51 la Giunta fece pervenire a tutte le comunità dello Stato un questionario composto da “quarantacinque quesiti” con l’intento di conoscere la situazione economica, l’organizzazione amministrativa, il numero degli abitanti, il sistema contributivo di ciascuna di esse, e altro ancora, per valutare in maniera più opportuna il loro potenziale economico e contributivo.

Le risposte ai quesiti, inviate dai cancellieri comunali, fornirono alla Giunta un quadro particolareggiato dei diversi sistemi e della molteplicità dei criteri che regolavano la riscossione delle imposte nei paesi del Ducato.

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7 aprile 1751
” Risposte ai 45 quesiti della Giunta del Censimento ”
date dal Cancelliere Francesco Antonio Mazza del Comune di Olgelasca”.

Emerge che il Comune di Olgelasca, a differenza di Brenna non era infeudato e contava solo 42 abitanti.

Non aveva alcuna entrata – nessun debito o pretese di esenzioni.

Non aveva Consiglio di alcun tipo ma disponeva di un Console, nominato a turno ogni anno tra ” i capi di casa “, e di un Cancelliere nominato dall’ Abbadessa del Monastero di s.Vittore di Meda, maggiore possessore del Comune; solo due i proprietari “laici” – Nob. Crivelli Tiberio e Nob. Gio’ Pietro Giussano.

Al Cancelliere Francesco Antonio Mazza – residente in Seregno – era affidata l’ amministrazione del patrimonio e la vigilanza sui pubblici riparti, oltre il compito di conservare le poche scritture costituite essenzialmente dal “libro dei riparti” e dai “confessi di pagamento” e per queste sue attività era retribuito con salario annuale.

Incaricato delle riscossioni dei carichi e del pagamento delle spese vi era un solo Esattore anch’esso nominato dall’ Abbadessa del Monastero di s.Vittore di Meda.

Il carico fiscale comprendeva diaria, cavalleria, censo del sale e spese locali e veniva suddiviso a metà tra i due “massari”, Domenico ed Antonio Marelli, che abitavano nel Comune e coltivavano le terre, costituite sopratutto da “aratori avitati”, ma predominavano su tutto i boschi (“bosco forte con pianta da cima”) e le brughiere (“boscata” e “con piante da cima”).

I beni ecclesiastici, non concorrevano “in alcun parte di spesa in sollievo della pubblica necessità” anzi Il Comune, sottoposto alla Parrocchia di Mariano, era costretto a pagare ogni anno la decima al Capitolo di S.Stefano, consistente in prelievi sui prodotti agricoli (frumento, segale e miglio).

Inoltre venivano pagate ogni anno Lire 3.12.6 alla Provincia del Ducato per il perticato rurale “ma – affermava il Cancelliere Mazza nelle risposte – non si sa quale terreno sia.

Il Comune era sottoposto alla giurisdizione dell’ ” Ufficio Maggiore di Milano”, al quale il Console prestava giuramento.
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Le “risposte” della comunità di Brenna vennero compilate dal cancelliere Giò Camnasio in data 20 agosto 1754, per il comune di Olgelasca le stilò il cancelliere Francesco Antonio Mazza con data 7 aprile 1751  [9].

Dopo questa ulteriore fatica, entro il 1755 il catasto poteva dirsi ufficialmente ultimato con la pubblicazione, con decreto separato per ogni comune, della “Tavola del Nuovo Estimo”.

La “Tavola del Nuovo Estimo” del comune di Brenna fu approvato dalla Real Giunta del Censimento con decreto datato 9 dicembre 1754  [10].

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[6]  Tiziano Casartelli, Cantù e il suo territorio dal 1721 al 1950. Storia di un paesaggio rurale, Nodo libri, Como 1999, p.15. Erano inserite nello Stato di Milano la provincia ambrosiana, le province di Como e Varese, gran parte della provincia di Cremona, parte di quella di Pavia e il ducato di Mantova, quest’ultimo a partire dal 1771. Tortona, Novara, Vigevano e l’Oltrepò pavese “appartenute inizialmente al Milanese, in seguito ai trattati che sancirono la conclusione delle guerre di successione polacca e austriaca, vennero cedute, fra il 1736 e il 1748 ai Savoia”.
[7]  Maria Teresa nella sua opera riformatrice si appoggiò agli intellettuali vicini alle nuove idee dell’Illuminismo.
[8]  ASCo, UTE, Catasto Teresiano, Mappe, cart.33.
[9]  Archivio di Stato di Milano (ASMi), Catasto, cart. 3042.
[10]  ASCo, UTE, Catasto Teresiano, Mappe, cart.33. La mappa di Olgelasca sarà aggregata a quella di Brenna “formando un solo comune” nel 1757.
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Le comunità di Brenna e Olgelasca a metà Settecento

Le risposte ai quarantacinque quesiti, conservate nel fondo Catasto dell’Archivio di Stato di Milano, ci consentono di fare una precisa “radiografia” dello stato dei comuni lombardi alla vigilia delle riforme.

Il comune di Brenna era ancora infeudato al marchese Enea Crivelli, al quale, però, la comunità non versava alcun tributo [11].

Contava 407 abitanti ed era sottoposto alla giurisdizione di un podestà feudale, tale Carlo Castiglione, che, abitando a Milano, si avvaleva di un luogotenente (pagato annualmente dalla comunità) residente a Verano dove era situato il Tribunale (Ufficio feudale); disponeva inoltre di un console, Antonio Galimberti, e di un cancelliere.

Quest’ultimo, retribuito con un salario annuale di L. 25, aveva il compito di conservare le poche scritture costituite fondamentalmente dal “libro dei riparti” sul quale erano annotati i carichi fiscali che annualmente venivano imposti ad ogni individuo tassabile della comunità.

Al console, tenuto a prestare ogni anno il giuramento non solo al Tribunale in Verano, ma anche alla “ Banca di Vimercate” e alla “Banca criminale di Milano”, era affidata l’ordinaria gestione della vita quotidiana della comunità.

I “primi estimati” si occupavano dell’amministrazione e conservazione del patrimonio pubblico e della vigilanza “sopra la giustizia” dei pubblici riparti.

Un solo esattore era incaricato delle riscossione dei carichi e del pagamento delle spese.

Nel complesso sistema di ripartizione ed esazione delle imposte, le necessità finanziarie del governo centrale milanese venivano divise fra le province dello Stato che a loro volta ripartivano le imposte tra i comuni.

Spettava, quindi, a ogni singolo comune il compito di distribuire tra gli abitanti le imposte richieste, in occasione dell’annuale “riparto” che a Brenna aveva luogo nel mese di agosto nella pubblica piazza, dopo il suono della campana e l’avviso in precedenza consegnato dal console agli interessati.

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[11]  Il territorio di Brenna era passato nel 1683 dai Marliani al marchese Flaminio Crivelli che, insieme al fratello Tiberio erano diventati i più potenti proprietari della Brianza. Alla loro morte “tutti i loro diritti passarono in eredità ad Enea Crivelli, già signore di ricchissime terre”. Cfr Ignazio Cantù, Le vicende della Brianza e dei paesi circonvicini, pp. 120-129.
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 Secondo le norme in genere applicate nelle zone a economia prevalentemente agricola, le imposte dirette erano ripartite sulla proprietà immobiliare (il reale) tassata col metro del denaro d’estimo, e sulle persone, le cosiddette “teste vive” .

Le persone “collettate”, in generale solo gli uomini, dovevano avere un’età compresa tra un minimo e un massimo di anni che spesso variava da comune a comune.

Per quanto riguarda Brenna sappiamo solo che le “teste vive” includevano sia uomini che donne. Il comune era tassato di diaria, censo del sale, cavalleria e perticato rurale (imposta fondiaria) che l’esattore pagava al Commissario del Ducato.

I beni ecclesiastici non erano soggetti alla diaria.

Il comune, privo di attività commerciali, non era sottoposto alla tassa di mercimonio ( “non ha detta Comunità né mercanti, né mercimonio d’alcuna sorte”) e non pagava alcun dazio di macina, né di imbottato “né di altra gravezza fuori del Ducato”.

Tutti i carichi, compresi le spese locali, venivano ripartiti “egualmente” (“in egual modo”).

L’unica eccezione era rappresentata dal perticato rurale che l’esattore esigeva “da Compadroni de terreni rurali secondo le loro rispettive tenute”.

Dalle ultime risposte risulta che la comunità non aveva entrate e non era gravata da debiti, né erano in corso “liti di alcuna sorta con altri Comuni” o persone; non aveva alcuna rivendicazione da fare nei confronti della Provincia o pretese di esenzioni.

Una sola, accorata richiesta veniva avanzata: “che siagli minorato il Carico in avvenire, non potendo regere colla tenuità de raccolti, e dell’infelicità de terreni a pagare in avenire come à fatto per il passato”  [12].

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[12]  ASMi, Catasto, cart.3042, Risposta dei quesiti della Comunità di Brenna con Pozzolo Pieve di Mariano fatta da Gio. Camnasio cancelliere di detta Comunità, Brenna 20 agosto 1754.
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Dalle carte del “Processo Giustificativo della Tavola del Nuovo Estimo della Comunità di Brenna con Pozzolo” si ricavano altre informazioni, relative soprattutto alle richieste di esenzione. Sappiamo così che erano state presentate alla precedente Real Giunta due richieste di esenzione sui beni ecclesiastici: il beneficio dei SS. Cosma e Damiano eretto nella Parrocchiale di S. Stefano in Nosigia a Milano, che aveva tralasciato di presentare una nuova istanza, e i beni (pretesi esenti) dalla Parrocchiale dei SS. Gervasio e Protasio di Brenna [13].

Probabilmente in questo secondo caso la richiesta non era stata accolta in origine.

Infatti sia nelle risposte ai quarantacinque quesiti che negli Atti della Real Giunta non è segnalata l’esistenza di alcun ricorso  [14].

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[13]  Ibidem, Processo Giustificativo della Tavola del Nuovo Estimo della Comunità di Brenna con Pozzolo Pieve di Mariano, dall’Uffizio delle Esenzioni alla Eccelsa Regia Giunta, Milano 3 settembre 1754: “La Nota che rimetto annessa all’Ecc.ma Real Giunta è quella dei pretensori di esenzione che si trovano nella Comunità di Brenna con Pozzolo (…). Di quei che avanti la precedente Giunta erano comparsi a presentare l’esenzione, uno ha tralasciato di presentare la nuova Istanza in conseguenza dei censori di questa R.Giunta, onde non si è posto in nota. Questi è il benefizio de SS Cosma e Damiano eretto nella Parrocchiale di S. Stefano in Nosigia di Milano”.
[14]  ASMi, Catasto, cart.3042, Processo Giustificativo della Tavola del Nuovo Estimo della Comunità di Brenna con Pozzolo Pieve di Mariano, dalla Segreteria della Real Giunta, Milano 2 settembre 1754: “Certifico io infrascritto non ritrovarsi negli Atti della Real Giunta appresso di me esistenti verun ricorso spedito concernente il suddetto Comune. Giuseppe Maria Tarantola Segretario”.
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La mappa del Catasto Teresiano (unitamente alle Tavole) compilata nel 1722 offre un’immagine abbastanza definita di quello che doveva essere il paesaggio settecentesco di Brenna.

Buona parte del territorio era occupata dai boschi (soprattutto “boschi di castagne da taglio” e “bosco forte da taglio”) e dalla brughiera (“nuda” e “boscata”), mentre pascoli e prati erano in numero più limitato; esiguo il terreno lasciato a “zerbo” o “zerbido” cioè a incolto.

Un’altra parte era costituita dall’ “aratorio” ovvero i campi coltivati a cereali: frumento, segale e miglio, ma anche granoturco.
Un buon numero di questi campi accoglieva anche piante di gelsi denominati “moroni”(da cui “aratorio moronato” o “con moroni”).

Negli appezzamenti di dimensioni ridotte i gelsi venivano posti ai margini degli stessi lotti, invece in quelli più estesi erano sistemati secondo filari paralleli, in maniera tale da evitare qualsiasi impedimento al lavoro dei campi.

Nell’ “aratorio avitato” era coltivata la vite alternata ai cereali. Vi erano poi anche gli “aratori avitati con moroni”, ma in numero alquanto scarso [15].

I terreni erano nelle mani di un gruppo ristretto di possidenti, soprattutto esterni: nobili, enti religiosi e grandi proprietari.

Le famiglie Casati, Perego e Zucchi [16] erano i maggiori proprietari insieme agli enti religiosi: il Monastero di S. Giuliano e il Monastero dell’Ascensione di Como, l’Abbazia dei SS. Cosma e Damiano di Milano, la Parrocchia di Brenna, la Parrocchia di Alzate  [17].

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[15]  Per un approfondimento sul tema del paesaggio rurale cfr. T. Casartelli, Cantù e il suo territorio dal 1721 al 1950. Storia di un paesaggio rurale, cit., pp.15-68 e G. Galli, L’evoluzione mancata dell’agricoltura, in Da un sistema agricolo a un sistema industriale. Il Comasco dal Settecento al Novecento, a cura di S. Zaninelli, vol. I, Il difficile equilibrio agricolo manifatturiero(1750-1814), Camera di Commercio Industria e Agricoltura di Como, Como 1987, pp. 19-129.
[16]  ASCo, UTE, Catasto Teresiano, Mappe, cart.33. Le proprietà dei nobili Casati erano distribuite tra: Giulio Cesare Casati, Giulia Casati, Giovanni Gabrio Casati, Gaspare conte Casati, Gerolamo conte Casati fu Carlo e Giovanni Battista Casati.
I nobili Perego erano rappresentati da Giusepp Perego e fratelli. Le proprietà Zucchi erano divise tra: Pietro Francesco Zucchi, Gerolamo Zucchi, Paolo Zucchi, Giuseppe Zucchi.
[17]  Odescalchi, Giovanni Battista Sasso, Giovanni Battista Coppa, Gottardo Arcelasco, Agostino Cabiati e fratello, Veneranda Scuola del SS. Sacramento di Brenna, Pietro Antonio Vidario, Agostino Maspero, Giovanni Pietro Giussano..
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La popolazione di Brenna era formata da contadini che lavoravano queste terre e abitavano nelle cascine sparse sul territorio (Pozzolo era il principale insediamento rurale) e nelle corti agglomerate del centro. Il contratto di mezzadria era il più diffuso per buona parte del XVIII secolo [18].

Ma già nel 1754, allorché fu pubblicata la Tavola aggiornata del Nuovo Estimo di Brenna, qualcosa era cambiato nell’assetto proprietario, anche se i maggiori mutamenti si avranno più avanti con la messa in circolo dei beni ecclesiastici.

Nelle varie famiglie erano subentrati gli eredi e parte delle proprietà dei Casati e degli Zucchi iniziarono a passare nelle mani di altri proprietari (i Perego per entrambi, Olgiati Giò Isidoro e tale Proserpio curato Luigi per le proprietà degli Zucchi).

Nell’elenco dei beni di seconda stazione, cioè i fabbricati, che sono in numero alquanto limitato, predominano le “case da massaro” sulle più ridotte “case d’affitto” e “case di propria abitazione”, quasi tutte comprensive di orto, le sole “case di propria abitazione” spesso anche del giardino.

I proprietari erano più o meno gli stessi possidenti sopraelencati  [19].

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[18]  T. Casartelli, Cantù e il suo territorio dal 1721 al 1950. Storia di in paesaggio rurale, cit. pp.40,41.
[19]  Ibidem. Le “case di propria abitazione” erano veramente poche: quella degli Zucchi dott. Pietro e Giuseppe, di Casati Giò Francesco (figlio di Giulio Cesare Casati), di Sasso Angelica, Bazzaro Cesare, Galimberti Paolo Gerolamo e di Cabiati avv. Antonio e Cabiati dott. Agostino.
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Olgelasca all’epoca della compilazione delle risposte ai quesiti era ancora un Comune a sé stante.

A differenza di Brenna non era infeudato e contava solo 42 abitanti.

Non aveva Consiglio di alcun tipo ma poteva disporre di un console, nominato a turno ogni anno tra i “capi di casa” e di un cancelliere designato dalla badessa del Monastero di S. Vittore di Meda, maggiore possessore del Comune; solo due i proprietari “laici”, Tiberio Crivelli e Gio Pietro Giussano.

Al cancelliere, residente a Seregno, era affidata l’amministrazione del patrimonio e la vigilanza sui pubblici riparti, oltre il compito di conservare le poche scritture, ossia il “Libro dei riparti” e i “confessi di cassa”.

Il comune era sottoposto alla giurisdizione dell’ ”Ufficio maggiore di Milano”, al quale il console doveva prestare giuramento.

Un solo esattore, nominato dalla badessa del Monastero di Meda, era preposto alla riscossione dei carichi e al pagamento delle spese.

Il carico fiscale comprendeva diaria, cavalleria, censo del sale e spese locali e veniva suddiviso a metà tra i due “massari”, Domenico e Antonio Marelli, che abitavano nel Comune e coltivavano le terre, costituite soprattutto da “aratori avitati”, ma predominavano su tutto i boschi (“bosco forte con pianta da cima”) e le brughiere (“boscata” e “con piante da cima”).

I beni ecclesiastici, non concorrevano “in alcun parte di spesa in sollievo della pubblica necessità” anzi il Comune, sottoposto alla Parrocchia di Mariano, era costretto a pagare ogni anno la decima al capitolo di S. Stefano, consistente in prelievi sui prodotti agricoli (frumento, segale e miglio).

Venivano pagate ogni anno L. 3.12.6 alla provincia del Ducato per il perticato rurale “ma – affermava il cancelliere nelle risposte – non si sa sopra quale terreno sia” [20].

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[20]  ASMi, Catasto, cart 3042, Risposte del Cancelliere del comune di Olgelasca Pieve di Mariano Ducato di Milano alli contrascritti quesiti. Anche il comune di Olgelasca non aveva alcuna entrata, nessun debito o pretese di esenzioni.
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L’applicazione della riforma
Da Maria Teresa D’Austria a Giuseppe II

In Lombardia Maria Teresa avviò importanti riforme destinate a migliorare le condizioni politiche, amministrative economiche e sociali del territorio.

Sulla base del Censimento furono attuate, innanzitutto, una serie di incisive riforme in materia fiscale, fissando uniformi criteri di gestione delle imposte e dei modi della contribuzione.

Gli interventi riguardarono soprattutto il settore delle imposte dirette (sia quelle “universali”, destinate allo stato, che quelle “provinciali” e “comunali”) che dovevano essere ripartite essenzialmente sulla proprietà fondiaria. In pratica “ogni appezzamento avrebbe pagato secondo il nuovo estimo ad esso attribuito.

Cadevano le distinzioni tra perticato civile e rurale, erano cancellati, almeno in linea di principio, i privilegi goduti dai grandi proprietari cittadini, anche se non tutte le esenzioni fiscali, e quelle ecclesiastiche in particolare, vennero abolite; ma tutte le terre chiunque ne fosse il possessore, furono censite con eguali criteri e si affermò il principio che tutti dovessero concorrere secondo i propri averi alle necessità comuni”  [21].

Vennero inoltre alleggeriti i carichi sulle persone e sul mercimonio nel tentativo di risollevare le sorti dei ceti più poveri e di promuovere lo sviluppo delle manifatture.

Nel primo caso la tassa fu limitata a L. 7 annue per “testa”, imponibile ai soli maschi dai 14 ai 60 anni, in ragione di una loro supposta capacità di reddito.

Strettamente collegata alla riforma in campo fiscale fu la riorganizzazione delle amministrazioni locali, anche in questo caso secondo un sistema uniforme, valido per tutte le comunità dello Stato.

Il 30 dicembre 1755 fu varata, infatti, la “Riforma al Governo e Amministrazione delle Comunità dello Stato di Milano” .

In ogni comune minore fu costituito un Convocato Generale degli Estimati, formato cioè unicamente dai possessori che figuravano nel catasto (quindi anche i possessori non residenti), cui spettava il potere decisionale a livello locale.

Esso si riuniva due volte l’anno per l’approvazione dei bilanci preventivi e consuntivi e per il controllo della ripartizione degli oneri, deliberando sulle spese e i problemi di interesse comune.

Il Convocato inoltre eleggeva una Deputazione (una sorta di Giunta comunale) composta dai tre maggiori estimati, spesso forestieri, ai quali si aggiungevano altri due deputati che rappresentavano quanti pagavano l’imposta personale e l’imposta mercimoniale, con un ruolo però puramente consultivo.

A sua volta la Deputazione nominava un Sindaco che in sua vece disbrigava gli affari e rappresentava il comune e un Console cui toccava il compito di bandire gli ordini emanati dal Governo, di indire le pubbliche adunanze e di istruire gli atti amministrativi.

La riscossione delle imposte era demandata ad un unico esattore per ogni pieve.

Un’altra figura di rilievo che faceva da tramite tra il governo centrale e il mondo locale era costituita dal Regio Cancelliere delegato del censo, nominato dalla Giunta per il censimento, presente in ogni pieve con compiti di controllo sulla compilazione dei ruoli delle imposte, sulla formazione dei bilanci comunali e sulla vita del Comune in genere.

L’inserimento di tale figura segnò la definitiva scomparsa delle autonomie locali e “la burocratizzazione delle strutture amministrative” [22].

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[21]  Isabella Superti Furga, Dal dominio straniero all’età napoleonica, cit., pp. 217-218.
[22]  Ibidem, pp. 220-222.
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 I comuni troppo piccoli o con ridotto numero di possessori, tali da impedire la forma di amministrazione prevista, furono aggregati ad altri contigui.

E’ il caso del comune di Olgelasca, unito a Brenna con decreto della Real Giunta del 22 febbraio 1757  [23].

Così nel nuovo compartimento territoriale dello Stato di Milano (Editto 10 giugno 1757) il comune di Brenna venne inserito con la denominazione di Brenna con Olgelasca e Pozzolo tra le comunità della pieve di Mariano nel territorio del Ducato di Milano  [24].

Nell’Archivio di Stato di Milano abbiamo rintracciato alcune pratiche relative a domande di esenzioni dalle imposte sui beni di “seconda stazione”, cioè i fabbricati, e una serie di fascicoli con i ruoli della tassa personale e mercimoniale, da cui si ricavano diverse informazioni.

Sappiamo, ad esempio, che il parroco di Brenna nel 1762 ottenne l’esenzione dalla tassa di L. 4 che gravava sulla Casa Parrocchiale [25], mentre dai documenti legati ad un ricorso presentato da Giovanni Antonio Casati relativo a due fabbricati di sua proprietà in Brenna, erroneamente classificati come “case d’abitazione” e quindi sottoposti ad una tassa maggiore, ricaviamo i nomi dei deputati dell’estimo di Brenna nell’anno 1764, e cioè lo stesso Casati, Gaetano Perego, e Giuseppe Zucchi (ci sono anche i nomi dei loro “sostituti”, rispettivamente: Antonio Maria Balabio, Antonio Maria Citterio, Carlo Maria Balabio)  [26].

Ritroviamo ancora questi personaggi nei due decenni successivi, sempre nella veste di deputati dell’estimo, in alternanza con altri pochi notabili, come Damiano Cabiati, Agostino Cabiati e persino le Reverende Madri del Monastero di Meda, così è segnato in calce nell’ultima pagina dei ruoli della tassa personale, che per Brenna riguardano il periodo dal 1770 al 1784.

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[23]   ASCo, UTE, Catasto Teresiano, Mappe, cart. 33.
[24]  Sul sistema amministrativo della Lombardia austriaca durante l’epoca Teresiana cfr., S.L. Cuccia , La Lombardia in età Teresiana e Giuseppina, Sansoni, Firenze 1977.
[25]  ASMi, Censo p.a. cart.: lettera del Magistrato Pellegrini al Regio Cancelliere della Pieve di Mariano Filippo Giadinotti, 9 ottobre 1762: “Per Decreto del dì 28 novembre 1760 venne ordinato che si levasse dal Registro delle Case di propria abitazioni, sottoposte alla Tassa, quella Parrocchiale del Comune di Brenna, Pieve di Mariano, descritta sotto il n. 365, a cui era stata assegnata la Tassa di L.4, giacché il Parroco di detto Comune non ha la congrua competente (…). Noi vi rimettiamo qui annesso il Foglietto di correzione, ordinandovi di far rimborsare il suddetto Parroco dall’Esattore della Comunità medesima di quanto aver egli pagato dal principio dell’anno 1760 a questa parte…”.
[26]  ASMi, ibidem, Certificazione a firma dei sostituti dei deputati dell’estimo del comune di Brenna (che sono nominati), Brenna 16 aprile 1764: “Certifichiamo noi sottoscritti qualmente le case di Casati Giovanni Antonio Quondam Giuseppe sotto li numeri 355 e 356 che per errore nella Tavola del nuovo Estimo per il suddetto nostro Comune, restano descritte per case di abitazioni ordinaria, devono essere considerate per Case da Villa, imperciocchè il suddetto ha sempre avuto il domicilio in Milano, e come lo fa ancora di presente”.
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Questi elenchi, tra l’altro, forniscono non solo il nome e il numero dei maschi “collettabili” ( tra i 110 e i 120 individui dai quattordici ai sessant’anni), ma tutta una serie di dati relativi alla popolazione (“anime”) di Brenna, distribuita “nel corpo della Terra” e nelle diverse “cassine”: “Borlasco di Sopra, Borlasco di Sotto, la Ca’ di Sopra, la Ca’ di Sotto, Pozzolo di Sopra, Pozzolo di Sotto, Olgelasca”, caratterizzata dalla presenza di nuclei familiari allargati, soprattutto nelle “cassine”, con pochi ultrasessantenni maschi (ma probabilmente anche donne, vista l’età media molto bassa), con un numero relativamente elevato di bambini di età inferiore ai 14 anni (calcolando che in media in ogni elenco la cifra totale dei soli bambini maschi si aggirava sull’ottantina ) e con uno scarto minimo tra il totale degli uomini e delle donne, in favore dei primi.

I “collettabili” esentati erano in numero insignificante e tutti classificati come “infermi”, dal momento che tra le condizioni che potevano dar luogo all’esenzione, anche temporanea, dalla tassa personale, vi era proprio una malattia o un infortunio, comunque sempre una invalidità al lavoro.

La popolazione era scesa a 386 abitanti nel 1770, il picco minimo, recuperando terreno negli anni successivi; nel 1784 ne contava 401 [27].

Se a metà Settecento il Comune era completamente privo di attività commerciali – in base al risultato delle “risposte ai quarantacinque quesiti” – risalgono proprio agli inizi degli anni settanta del Settecento i ruoli mercimoniali reperiti, che confermano l’esistenza di un , se pur minimo, commercio.

Due sono i tassati: Consono Giuseppe “oste, postaro e mercante di filosello” e Frigerio Pasquale, “postaro e mercante di filosello” i quali, però, non notificavano “il capitale del loro traffico” [28].

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[27]  ASMi, Censo p.a., Ruoli mercimoniali dal 1770 al 1784. Popolazione di Brenna:
1772: 418
1773: 422
1774: 411
1775: 404
1776: 409
1777: 415
1778: 426
1779: 435
1780: 418
1781: 396
1782: 403
1783: 410
1784: 401
[28]  ASMi, ibidem, Comune di Brenna, Pieve di Mariano, Ruoli Mercimoniali dal 1772 al 1778. Dal 1775 scompare dal Ruolo Frigerio Pasquale; vi rimane unicamente Consono Giuseppe, indicato anche come mercante di grani.
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Frattanto, dopo la morte di Maria Teresa d’Austria (1780), il figlio e successore Giuseppe II aveva proseguito sulla strada delle riforme, con una serie di interventi in particolare nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche, sottoposte ora al controllo dello Stato.

Furono soppressi, infatti, tra il 1781 e il 1786 parecchi monasteri e conventi (quelli che non avessero raggiunto un minimo di 6 religiosi), trasferendo l’amministrazione dei loro beni in un unico “Fondo di Religione”, gestito dal “Regio Economato Generale”, che li dava a livello (canone di contratto fondiario) o li vendeva attraverso aste pubbliche.

La messa in circolo di questi beni che erano sempre stati inalienabili, favorì l’espansione della piccola proprietà e l’ampliarsi del ceto medio.

Le conseguenti entrate, assegnate in ogni caso alla Chiesa, erano gestite a livello centrale e ripartite in base ai bisogni, per il mantenimento del clero e per spese varie.

L’amministrazione dei benefici secolari (ossia dei beni delle chiese rette da preti diocesani) vacanti, cioè sprovvisti di titolare, era affidata, invece, al “Sub – Economato per i benefici vacanti”, presente in ogni diocesi  [29].

Questa azione riformatrice nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche investì anche le confraternite, i cui compiti dovevano essere finalizzati alla gestione della carità e dell’assistenza, arrivando alla loro soppressione a favore di un’unica “Confraternita della Carità cristiana”, consentita in ogni parrocchia a fini assistenziali  [30].

Probabilmente in questo periodo cessarono la loro opera a Brenna la confraternita del Santissimo Sacramento e la Società della Santissima Croce ed ebbe inizio quel mutamento dell’assetto proprietario, che sarà più evidente in epoca napoleonica.

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[29]  M. Mascetti, L’evoluzione storica delle istituzioni dall’Alto Medio Evo all’Unità d’Italia, in La Provincia di Como, Provincia di Como, Como 2002, pp.160-162. Per quanto riguarda gli enti religiosi soppressi , vanno inclusi anche i capitoli dei canonici delle chiese plebane collegiate, proprietari di ingenti patrimoni. Le entrate derivanti dalla vendita o dalla concessione a livello di questi beni sarebbero state in parte destinate alla istituzione nelle parrocchie più popolose delle vicarìe, per dare un sostegno ai parroci.
[30]  M. Sempio, Dalla Charitas al Welfare State: assistenza e sanità, in Cermenate. Storia di un paese tra Como e Milano, Nodo Libri, Comune di Cermenate, Como, p.164.
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Tra le altre riforme introdotte da Giuseppe II ricordiamo quella che prescrisse la costruzione dei cimiteri fuori dai centri abitati, norma che sarà ripresa in epoca napoleonica dall’editto di Saint-Cloud.

Nella gran parte dei comuni tale disposizione fu messa in atto tra il 1786 e il 1790, così anche a Brenna dove il cimitero venne costruito nel 1787, distante dall’abitato “circa 150 braccia”  [31].

L’atto finale dell’azione riformatrice di Giuseppe II fu rappresentato dalla nuova “compartimentazione “ territoriale della Lombardia austriaca, divisa in otto province, sottoposte ad altrettante intendenze politiche (Editto pubblicato il 26 settembre del 1786 ).

L’antico Ducato di Milano si suddivise: il nucleo centrale costituì la provincia di Milano in cui fu inserita la pieve di Mariano e quindi anche Brenna, la parte più settentrionale, con molte pievi della Brianza andò a formare la nuova provincia di Como  [32].

Una successiva compartimentazione si ebbe nel 1791 con il successore di Giuseppe II, Leopoldo I.

La pieve di Mariano, di cui faceva parte il Comune di Brenna, venne inclusa nell’XI distretto della provincia di Milano.

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[31]  ASCo, cart. 922, risposta della Municipalità di Brenna alla Prefettura dipartimentale del Lario: “Circa l’informazione sullo stato dei cimiteri, noi amministratori informiamo la Prefettura che il nostro cimitero esiste fuori dall’abitato circa 150 braccia e che fu costruito sin dal 1787 a termine degli ordini allora veglianti”, Brenna 16 giugno 1807.
[32]  Storia di Monza e della Brianza cit., p. 244. Sull’argomento cfr. inoltre A. Visconti, La Pubblica Amministrazione nello Stato milanese durante il predominio straniero (1541-1796), Cisalpino – Goliardica, Milano, pp. 150-154.La Lombardia austriaco comprendeva le otto province di Milano, Mantova, Cremona, Pavia, Lodi, Como, Bozzolo (Casalmaggiore) e Gallarate (L’anno successivo furono ridotte alle prime sei). Alla Provincia di Milano furono assegnate le Pievi di Agliate, Brivio, Desio, Galliano, Mariano, Missaglia, Corte di Monza, Nerviano, Vimercate, mentre la Valassina e la maggior parte delle terre della Brianza, le pievi di Casale, Incino, Garlate, Oggiono, le Squadre dei Mauri e di Nibionno fecero parte della provincia di Como.
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La riorganizzazione amministrativa dell’età napoleonica

Il periodo a cavallo tra la fine del Settecento e il primo quindicennio del nuovo secolo fu tra i più turbolenti della nostra storia, ricco di avvenimenti di grossa portata.

La Rivoluzione francese e la successiva guerra tra la Francia rivoluzionaria e le altre potenze europee avevano portato ad un cambiamento dell’assetto politico sociale generale, con pesanti ripercussioni anche nel nostro Paese, direttamente toccato dalla guerra.

In seguito alla prima campagna napoleonica del 1796-97 che si era conclusa con la vittoria francese sugli Austriaci e Piemontesi, con il trattato di Campoformio, l’Austria riconobbe ufficialmente l’esistenza della Repubblica Cisalpina, istituita il 29 giugno 1797, in cui andò a confluire l’ex Stato di Milano, e con esso il Comasco  [33].

A luglio era stata varata la prima Costituzione della Repubblica stessa, che modificò in profondità l’organizzazione politica e amministrativa della Lombardia.

Centralmente i poteri dello stato, ad imitazione della Costituzione francese del 1795, erano suddivisi tra un legislativo bicamerale e un direttorio esecutivo di 5 membri.

Le province del periodo austriaco furono soppiantate dai dipartimenti – ricalcati sempre sul modello francese – ripartiti al loro interno in distretti e comuni.

Nel Dipartimento del Lario, il quarto su un totale di undici, fu inserito il distretto di Mariano che comprendeva anche Brenna con Olgelasca e Pozzolo  [34].

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[33]  Storia di Monza e della Brianza cit., pp. 258-260. L’armata francese riuscì a sconfiggere il nemico in un breve arco di tempo. Già alla fine di aprile del 1796 il re di Sardegna firmò l’armistizio di Cherasco. Poco dopo, il 10 maggio, con la battaglia di Lodi i francesi si assicurarono la Lombardia, entrando a Milano il 14 maggio. A giugno fu la volta delle Legazioni pontificie. Le armate francesi oltrepassarono gli Appennini, costringendo “a tregue onerose i monarchi dei vecchi stati italiani”. Tra l’estate e l’autunno i patrioti di Reggio e di Modena “per incoraggiamento dello stesso Napoleone”, insorsero contro il governo ducale. A dicembre fu proclamata la Repubblica Cispadana che riuniva l’ex ducato di Modena e Reggio e le ex legazioni pontificie di Ferrara e Bologna, più tardi accresciuta della Romagna e quindi della Garfagnana, di Massa e di Carrara. Il 29 giugno del 1797 nasceva la Repubblica Cisalpina, formata inizialmente dalla Lombardia, che assorbì la Cispadana e la metà occidentale dell’ex Repubblica di Venezia. Con la pace di Campoformio, firmata il 17 ottobre 1797, l’Austria riconobbe l’esistenza della Repubblica Cisalpina, ottenendo come compenso il Veneto. Essa “cancellava confini secolari e sanciva un mutato assetto della penisola”.
[34]  Il primo era il Dipartimento dell’Adda, con capoluogo Lodi, seguito dal Dipartimento delle Alpi Apuane, con capoluogo Massa, e quindi ancora di seguito: il Dipartimento del Crostolo, con capoluogo Reggio, il Dipartimento del Lario, con capoluogo Como, il Dipartimento della Montagna, con capoluogo Lecco. Il Dipartimento dell’Olona, con capoluogo Milano, il Dipartimento del Panaro, con capoluogo Modena, il Dipartimento del Po, con capoluogo Cremona, il Dipartimento del Serio , con capoluogo Bergamo, il Dipartimento del Ticino, con capoluogo Pavia, il Dipartimento del Verbano, con Capoluogo Varese.
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Tuttavia l’organizzazione periferica subì diverse modifiche nei mesi seguenti e impiegò non poco tempo prima di assestarsi definitivamente.

Il Dipartimento del Lario, che di fatto restò sulla carta, fu infatti incluso (con una legge del 26 settembre 1798) nel Dipartimento dell’Olona, con capoluogo Milano, a sua volta diviso in distretti “formati ciascuno da tanti comuni quanti bastassero per comprendere almeno diecimila abitanti”.

Il Comune di Brenna era stato inserito nel distretto XXVIII
di Cantù  [35], ma nel 1801, dopo la breve parentesi dell’occupazione austro-russa e la ricostituzione della Repubblica Cisalpina – denominata Repubblica Italiana l’anno successivo – tornò a far parte del ricostituito Dipartimento del Lario, nel Distretto I di Como.

Un’altra riorganizzazione amministrativa fu avviata nel 1802 e resa esecutiva in modo definitivo durante il Regno d’Italia. Il “Decreto sull’amministrazione pubblica e sul Comparto territoriale del Regno” dell’8 giugno 1805 suddivideva il Regno in dipartimenti, distretti, cantoni ed in comuni  [36].

Fu notevolmente rafforzata la burocrazia sia a livello nazionale che locale, inserendola rigidamente in un sistema di carriere e di rapporti gerarchici.

Nei dipartimenti la vita amministrativa era sottoposta alla direzione e al controllo di una serie di funzionari e uffici incentrati sulle Prefetture  [37].

Si arrivò ad una profonda revisione anche delle amministrazioni comunali, classificate in tre classi in base alla loro consistenza demografica.

Buona parte dei paesi della Brianza, come Brenna, furono compresi tra i comuni di terza classe, aventi cioè meno di tremila abitanti.

Organo decisionale restava in queste comunità un Consiglio di nomina prefettizia formato dagli estimati, fino ad un massimo di quindici membri, fra i quali potevano essere compresi anche i non possidenti, in numero di tre, di età superiore ai 35 anni purché avessero “uno stabilimento d’agricoltura, d’industria , o di commercio nel loro Comune” e naturalmente pagassero la tassa personale.

La municipalità – organo esecutivo – eletta dal Consiglio era costituita da un sindaco e da due anziani, scelti tra i più ricchi o notabili del paese.

I funzionari comunali erano rappresentati dall’agente comunale e dal cursore (una sorta di messo comunale).

Dapprima il comune di Brenna venne inserito nel Distretto XI ex milanese di Cantù  [38] e in un secondo tempo nel Distretto I di Como, Cantone V di Cantù.

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[35]  Nel Distretto XXVIII erano compresi anche: Cantù, , Intimiano, Capiago con Cassina Franca, Montorfano, Baraggia, Albate con Trecallo, Muggio ed Acqua negra, Grandate, Senna con Navedano e Bassone, Casnate con Baragiola, Bernate con Guzza, Cucciago, Minoprio, Cermenate con Cassina S. Croce e Cassina Lavezzara, Vertemate, Carimate con Rionca e Binone , Asnago con Montesordo, Novedrate, Figino con Rozzago, Alzate con Verzago.
[36]  Con questo decreto i distretti venivano, quindi, suddivisi in circoscrizioni di minore ampiezza comprendenti più comuni, denominati cantoni.
[37]  Storia di Monza e della Brianza cit., pp. 272, 273. I prefetti, nominati dal governo centrale, rano una sorta di “cinghia di trasmissione” degli ordini governativi nel dipartimento di cui erano a capo e “il centro di coordinamento di quell’attività di raccolta e di elaborazione di notizie e di dati, di cui gli organi governativi avvertivano l’utilità per crearsi una chiara visione delle diverse situazioni locali ed attuare adeguati interventi”. A loro era affidato il compito di mantenere l’ordine pubblico, di vigilare sulle operazioni di leva e altre diverse incombenze. Erano supportati nelle varie mansioni dai viceprefetti e luogotenenti, insieme ad un Consiglio “espressione delle forze locali”. All’interno di ciascun dipartimento continuavano a sussistere i distretti con i relativi cancellieri, che avevano il compito di trasmettere leggi, editti e regolamenti, e i consigli distrettuali, composti dai deputati dei comuni del distretto.
[38]  Facevano parte del distretto XI ex milanese di Cantù anche: Alzate, Arosio, Cabiate, Carimate con Montesolaro, Carugo e uniti, Cremnago, Cucciago, Figino e uniti, Intimiano, Inverigo ed uniti, Mariano Comense, Montorfano, Novedrate, Romanò e uniti, Villa Romanò.
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Nel 1807 fu emanato un decreto che prevedeva la “concentrazione” dei comuni, con lo scopo di semplificare i rapporti politico – amministrativi attraverso la soppressione dei comuni piccoli e la loro aggregazione a un “Comune denominativo” che riunisse almeno tremila abitanti.

Questo progetto di riorganizzazione del territorio non fu realizzato in tempi brevi, ma occorsero due anni per vederlo interamente compiuto. Il decreto pubblicato il 4 novembre 1809 conteneva l’elenco dei comuni “concentrati” e l’indicazione del capoluogo (Comune denominativo).

Brenna con Olgelaca e Pozzolo (“Brenna e uniti”) fu aggregato al comune di Inverigo insieme a Cremnago, Romanò e Villa Romanò, inserito nel Distretto I di Como, Cantone V di Cantù.

Questa aggregazione fu confermata con l’ulteriore compartimentazione del 1812 (Decreto 30 luglio 1812)  [39].

L’accentramento dei poteri nelle mani dello Stato fu seguito da una progressiva estensione della sua azione verso funzioni lasciati all’iniziativa della Chiesa e dei privati ed ora accollati ai governi comunali, come l’istruzione elementare, la sanità, le strade comunali che la legge napoleonica del marzo 1804 aveva messo completamente a carico dei comuni.

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[39]  ASCo, Fondo Prefettura, cart. 1310. Progetto per la concentrazione dei comuni del Dipartimento del Lario compilato in esecuzione del Reale Decreto 14 luglio 1807. All’epoca Brenna contava una popolazione di 456 abitanti (estimo stabile23348. 1.1), mentre nella compartimentazione del 1812 la popolazione raggiungeva il numero di 462 abitanti. Il comune determinate di Inverigo con tutti i comuni aggregati toccava la cifra di 2.089 abitanti (404 gli abitanti di Cremnago, 662 quelli di Inverigo e uniti, 342 la popolazione totale di Romanò e uniti e 219 quella di Villa Romanò).
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 All’inizio del 1802, proprio la nomina di un nuovo medico condotto aprì una serie di questioni in seno alla comunità.

I deputati dell’estimo di Brenna, che in quel torno di tempo erano Giuseppe Zucchi, Cesare Panzeri e Luigi Perego ( Carlo Corbetta era il sindaco e Carlo Giò Elli il console), avevano designato il dott. Carlo Albonico quale sostituto del precedente (defunto) medico, facendo “direttamente” istanza alle superiori autorità per ottenerne l’approvazione  [40].

La Delegazione del censo di Milano aveva invece accolto il parere del cancelliere distrettuale Camnasio circa la necessità di sottoporre comunque la nomina del medico ad un regolare Convocato generale dei “personalisti” (coloro che pagavano la tassa personale), confidando, in particolare, in un loro concorso al pagamento del salario al medico (stabilito in L. 200)  [41].

Tuttavia il Convocato riunito il 3 maggio oppose un netto rifiuto a tale contribuzione  [42], e al medesimo risultato approdò il Convocato degli estimati, chiamato in causa dopo la presa di posizione dei “personalisti”  [43].

La soluzione del problema parve giungere qualche mese più tardi allorché una nuova legge impose il concorso della tassa personale al pagamento delle spese comunali, non escluso il salario annuale al medico  [44].

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[40]  [ASCo, Fondo Prefettura, cart.503, lettera inviata dalla Delegazione del Censo di Milano al cancelliere dell’XI distretto, Francesco Antonio Camnasio, Milano 26 dicembre 180.
[41]  ASCo, ibidem, dalla Delegazione del Censo di Milano al cancelliere del censo Camnasio 1° marzo 1802.
[42]  ASCo, ibidem, Convocato generale dei personalisti riunito il 3 maggio 1802. La riunione ebbe luogo, com’era d’uso, nella piazza comunale ed erano presenti oltre il sindaco Carlo Corbetta, il console Carlo Giò Elli, che avevano diritto di voto in quanto capofamiglia paganti la tassa personale, e i deputati dell’estimo ( tra i quali il “cittadino” e capofamiglia Giuseppe Zucchi) , i seguenti capofamiglia: Paolo Balabio, Giuseppe Galimberti, Giò Balabio, Cesare Badoglio, Carlo Consonno, Antonio Frigerio. Tomaso Balabio, Giò M. Balabio, Francesco Balabio, Filippo Zappa, Antonio Citterio, Giuseppe Frigerio, Paolo Consonno, Natale Casati, Giuseppe Balabio. Con “balottazione” (voto) la maggioranza dei convenuti (15 su 18) fu contraria a contribuire con la tassa personale (che non avrebbe superato L. 3.10 per testa) non solo al pagamento del salario del medico ma a qualsiasi spesa comunale.
[43]  ASCo, ibidem, Convocato generale degli estimati riunito il 3 luglio 1802. Gli estimati partecipanti alla seduta erano : il “cittadino” Giuseppe Zucchi, Giuseppe Consonno, Giò M. Balabio e Antonio Ajroldi (gli ultimi due sostituti rispettivamente del “cittadino” Cesare Panzeri e del “cittadino” Luigi Perego). Sempre con “balottazione” segreta il Convocato a pieni voti rifiutò di confermare la propria adesione unicamente al pagamento della sovrimposta per il salario annuale al medico.
[44]  ASCo, ibidem, lettera del Prefetto del Dipartimento del Lario al cancelliere Camnasio, Como 9 settembre 1802. “Dall’atto del Convocato degli Estimati di Brenna, che mi rimetteste colla vostra del 6 luglio, rilevo il rifiuto di quegli Estimati ad assoggettarsi al pagamento del salario di L. 200 pel Medico Comunale Carlo Albonico, cui antecedentemente non si volevano caricare nemmeno quei Personalisti. Ora però che colla legge 26 luglio resta provveduto sul concorso della tassa personale alle spese comunali, non avranno difficoltà gli Estimati medesimi ad accettare l’accennato salario”. Non sappiamo come si risolse effettivamente la faccenda, non avendo trovato altri documenti esplicativi. In questa missiva si fa comunque cenno ad un altro Convocato degli estimati che si sarebbe dovuto riunire di lì a poco.
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Questa nuova legge evitò il ripetersi di una situazione analoga.

Infatti, qualche anno dopo, nel 1805, quando si trattò di nominare non solo un nuovo medico ma anche un chirurgo, “salutiferi presidi a’ famiglie miserabili”, il Consiglio comunale di Brenna (in questo periodo Carlo Corbetta era l’agente e Carlo Giò Elli il cursore) si pronunciò all’unanimità in favore della nomina di entrambi i professionisti e del pagamento dei relativi salari gravanti sulla tassa personale e sull’estimo  [45].

Più o meno nello stesso periodo una vertenza sorta tra la Chiesa Parrocchiale di Brenna e il “cittadino” avvocato Agostino Casati, che aveva il cortile dell’abitazione limitrofo alla chiesa, contribuì a movimentare la vita amministrativa locale.

Casus belli: un portico addossato al muro della chiesa fatto costruire “clandestinamente” dal Casati.

L’opera appena intrapresa, aveva mandato su tutte le furie i fabbricieri, Deputati dell’estimo e possessori di Brenna che avevano inviato una petizione alle autorità superiori, sollecitandone l’intervento  [46].

In effetti con decreto della Delegazione per il Censo datato 1° aprile 1801 fu intimata al Casati “la sospensione di qualunque opera che minaccia di fare a danno dei diritti della Chiesa Parrocchiale di Brenna”, stabilendo il termine di due decadi per produrre i documenti d’appoggio per “le novità da esso intraprese”  [47].

L’avvocato milanese non solo lasciò scadere il termine fissato ma ultimò quanto aveva già iniziato, spingendo la Delegazione del Censo ad ordinare una perizia in loco [48] , che, tuttavia, “non poté essere fatta in tutte le sue parti” per l’atteggiamento “recalcitrante” tenuto dal Casati  [49].

La vertenza si trascinò per alcuni anni, in un giro vorticoso di comunicazioni e rapporti tra le varie autorità, le cui opinioni contrastanti sul modo di affrontare la questione e i continui rimandi contribuirono a bloccare e ritardare il proseguimento della causa, senza mai giungere ad una chiara e definitiva sua conclusione, almeno stando al corposo fascicolo conservato presso l’Archivio di Stato di Como  [50].

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[45]  ASCo, Fondo Prefettura, cart. 599. Era stata l’amministrazione municipale a proporre la nomina delle due condotte. Il Consiglio comunale riunitosi il 4 aprile 1805 dovette decide se approvare o meno “la fissazione del Medico e Chirurgo” con i relativi compensi. Era formato da: Faustino Viganò, sostituto dell’amministratore Luigi Perego, Mansueto Colombo, sostituto dell’amministratore Antonio Ajroldi, Lodovico Galimberti, amministratore municipale, Carlo Giò Elli (“cursore, sarto, Capo di famiglia, paga la Tassa ed ha compito li anni 35” ), Cesare Badoglio ( “contadino, Capo di famiglia, paga la Tassa ed ha compito li anni 35”), Filippo Zappa (“contadino, Capo di famiglia, paga la tassa ed ha compito li 35 anni”), Giò B. Badoglio (“sarto, Capo di famiglia, paga la tassa ed ha compito li 35 anni”), Antonio Frigerio (“agricoltore, Capo di Famiglia, paga la Tassa ed ha compito li 35 anni”), Giò Andrea Casati (“agricoltore, Capo di famiglia, paga la Tassa ed ha compito li 35 anni”), Carlo Consonno (“agricoltore, Capo di famiglia, paga la Tassa ed ha compito li 35 anni”). Era presente anche l’ ”agente” Carlo Corbetta che non poteva votare perché “non ha compito li anni 35”. Il 26 giugno si tenne un altro Consiglio per l’elezione del medico e del chirurgo. Fu nominato per tutte e due le condotte il dott. Francesco Gropetti medico e “chirurgo maggiore” di Lurago col salario di L. 250 all’anno (L. 150 come medico e L. 100 come chirurgo), unico concorrente presentatosi.
[46]  ASCo, Fondo Prefettura, cart. 527. L’Agenzia Dipartimentale dei beni nazionali d’Olona alla Delegazione per il Censo, Milano 13 Germile anno 9° Repubblicano (13 marzo 1801): “Colla qui annessa rappresentanza la Comune di Brenna Pieve di Mariano domanda provvidenza contro le novità intentate da certo Agostino Casati in pregiudizio di quella Chiesa Parrocchiale. Trattandosi di un oggetto che interessa la stessa Comune sembrami il caso che la Delegazione per il Censo possa abilitare que’ Deputati all’Estimo a stare in giudizio contro del clandestino novatore Casati (…). Ad ogni modo aggradirò che la medesima Delegazione voglia compiacersi di riscontrarmi delle disposizioni che crederà di dare”.
[47]  ASCo, ibidem, Decreto della Delegazione del Censo, Milano 1° fiorile anno 9° (aprile 1801)).
[48]  ASCo, ibidem, dalla Delegazione del Censo al cancelliere Camnasio, Milano 17 termidoro anno 9° ( luglio 1801): “(…)La Delegazione del Censo vi incarica ad invitare quella Deputazione dell’Estimo a passare alla scelta di un abile perito perché nelle vie regolari, previ gli opportuni avvisi tanto al cittadino Casati come agli Amministratori della detta Parrocchia nonché al Parroco stesso, vengano rilevati su luogo tutte quelle circostanze che emergeranno in proposito”.
Per la precisione fu il parere di un ingegnere a consigliare questa mossa, come risulta da una lettera da lui inviata alla Delegazione datata 13 termidoro anno 9° ( aprile 1801): “Dalla rappresentanza della Deputazione all’Estimo, e Primi Estimati, Sindaco, Console, Parroco e Fabbricieri di Brenna, rilevasi che il tetto di quella Chiesa Parrocchiale, in pregiudizio della quale vengono ora dal Cittadino Agostino Casati intentate alcune novità, abbia il proprio stillicidio verso il limitrofo cortile dello stesso Cittadino Casati e siccome in forza dello statuto di Milano cap. 346 vol. 2 chi è in dominio d’una gronda con stillicidio, ha la ragione anche del sottostante fondo sino alla distanza di un piede oltre lo stillicidio medesimo (…); così, posto che lo stato della questione sia unicamente in questi termini, non compete assolutamente al Cittadino Casati alcun diritto d’appoggiarsi con fabbricato alla detta Parrocchiale e neppure di occupare in qualunque maniera il fondo entro la predetta distanza, meno poi di rimuovere il terrapieno in pregiudizio de’ fondamenti della Chiesa. Ma sebbene in massima (…) sia attendibile la relazione dei Deputati all’Estimo di una Comunità, o del Cancelliere Locale, in questo caso però, nel quale senza la ricognizione di diverse circostanze, unicamente reperibili dalle osservazioni di un Perito, non si potrebbe forse con definito accerto discutere il merito della questione”.
[49]  ASCo, ibidem, rapporto della Delegazione per il Censo di Milano all’Agenzia Dipartimentale dei beni nazionali d’Olona, Milano vendemmaio anno 10° ( settembre 1801).
[50]  Il punto principale del disaccordo riguardava il contributo del Comune alle “spese di Giudizio”. La Delegazione del Censo era giunta alla determinazione di escludere il Comune dalle spese, essendo la Chiesa Parrocchiale di Brenna provvista di entrate. Questa soluzione non era ben vista soprattutto dall’Agenzia dipartimentale dei beni nazionali d’Olona che voleva ottenere in tempi rapidi il rimborso dei soldi già anticipati.
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 Nel 1807 ritroviamo l’intraprendente Casati alle prese con i lavori di ampliamento della “corte civile” di una sua “casa da massaro” confinante con la strada d’accesso privata della Chiesa Parrocchiale, strada che intendeva utilizzare perché si potesse raggiungere facilmente con “carro e buoi” la casa, aprendo un ingresso nel muro di cinta.

Questa volta memore, forse, della passata querelle, cercò un accordo con i fabbricieri della Chiesa Parrocchiale e con gli stessi amministratori comunali.

Nell’Archivio di Stato di Como si trova l’atto rogato dal notaio Carlo Antonio Visconti di Milano e una piantina dei lavori.

In pratica, dopo accurate perizie terminate con una relazione stesa dall’agrimensore Angelo Tremolada, gli fu accordato quanto richiesto in cambio della sua rinuncia “a favore della stessa Chiesa Parrocchiale di Brenna (…) della servitù attiva in anni addietro da lui esercita di far battere, e stagionare i grani raccolti da suoi beni sul piazzale della suddetta Chiesa Parrocchiale (…) a termini dell’istromento di vendita di una porzione di area fatta dai Signori Predecessori Casati alla Comunità di Brenna undici giugno 1636 ne rogiti del Pubblico Notaio di Milano Orazio Ripamonti”  [51].

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[51]  ASCo, Fondo Prefettura, cart 849. L’atto fu rogato il 19 ottobre 1807, dopo aver ottenuto l’autorizzazione del Ministro per il Culto.
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L’anno successivo la municipalità di Brenna fu costretta ad affrontare il grosso problema costituito dalla viabilità. Alla scarsità di strade faceva riscontro l’impraticabilità delle poche esistenti.

Le ridotte risorse finanziarie del Comune limitavano, infatti, non solo la realizzazione di nuove arterie ma persino l’attuazione dei progetti di riattamento di quelle più malconce.

Nella seduta del 20 settembre 1808 il Consiglio comunale deliberò con una maggioranza risicata (9 favorevoli su 8 contrari), una serie di interventi di “riparazione” di alcune strade comunali: quella conducente da Pozzolo Superiore a Pozzolo Inferiore, la strada diretta ad Alzate e quella detta la Costa, che dalla Parrocchiale portava alla Valsorda, al confine di Cremnago [52].

I lavori, appaltati (dopo asta pubblica) a tale Pasquale Schiera “nella somma di L. 4200 per l’adattamento e L. 90 per la manutenzione”  [53] furono terminati nel 1811, adempiendo “agli obblighi portati dal suo contratto”  [54].

Due anni dopo giunse sul tavolo del Prefetto del Dipartimento del Lario una petizione a firma della signora Alda Olgiati Borri che non era stata ancora indennizzata per l’avvenuto taglio di un suo fondo, in seguito all’allargamento della strada che portava alla Valsorda  [55].

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[52]   ASCo, Fondo Prefettura, cart.1248, estratto della deliberazione del Consiglio comunale di Brenna nella seduta del 20 ottobre 1808.
[53]  Ibidem, Asta pubblica del 20 settembre 1808.
[54]  Ibidem, lettera del Sindaco di Inverigo (a cui Brenna era stata associata) al Prefetto del Lario, Inverigo 16 agosto 1811.
[55]  Ibidem, lettera della signora Alda Olgiati Borri al Prefetto del Dipartimento del Lario, Arosio 20 settembre 1813. In pratica, probabilmente per una svista, la signora Olgiati Borri non era stata inclusa nella nota dei danneggiati posta alla fine della Perizia fatta a suo tempo dall’ingegnere Bignami. Infatti tutti i proprietari dei fondi occupati per “l’adattamento” delle strade con i danni arrecati dovevano essere risarciti.
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In questo primo quindicennio dell’Ottocento vediamo il tentativo, da parte delle autorità centrali, di organizzare più efficacemente la struttura sanitaria in tutti i dipartimenti, mentre allo stesso tempo si dovette combattere contro una recrudescenza del vaiolo che continuava a mietere vittime.

Ora si disponeva di un’arma efficace per debellare il terribile morbo, la vaccinazione (inoculazione del “vaiolo vaccino”), rimedio da poco scoperto, che il governo cercava di diffondere su vasta scala.

Era stato nominato quale delegato della vaccinazione per il dipartimento del Lario il fisico dott. Carlo Carloni, che dovette vincere parecchie resistenze a livello locale contro la generalizzazione di tale pratica, spingendo le autorità superiori a cercare la collaborazione dei Deputati dell’estimo e dei parroci delle comunità nell’opera di persuasione della popolazione  [56] .

Nel “Prospetto dei Vaccinati nel Dipartimento del Lario da diversi Medici e Chirurghi nell’anno 1808” compare anche Brenna con 90 vaccinati [57].

Del 1811 è il “Progetto per la sistemazione delle condotte mediche e chirurgiche nel Dipartimento del Lario”.

Brenna, con 406 abitanti, fu assegnata alla condotta consorziale comprendente Mariano, Carugo, Villa Romanò, Inverigo, Cremnago, Cabiate.

I brennesi, inoltre, potevano contare all’occorrenza sulla presenza in loco di una levatrice tale Giovanna Elli che esercitava il mestiere dal 1792  [58].

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[56]   ASCo, Fondo Prefettura, cart.1070, fasc. 11, lettera del Carloni al Prefetto dipartimentale del Lario, Como, 20 settembre 1802.
[57]
 Ibidem, nei “prospetti” degli anni seguenti, allorché Brenna fu unita con altri comuni a Inverigo, non è possibile verificare il numero dei vaccinati brennesi, compresi nel totale.
[58]  ASCo, Fondo Prefettura, cart.1071
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