S5 – dal 1816 al 1861

S5 – dal 1816 al 1861

Scritto di Elena D’AMBROSIO

( integrazione di Dino Ballabio )

DALLA RESTAURAZIONE ALL’UNITA’ D’ITALIA

La nuova amministrazione austriaca

Dopo la disfatta subita nella campagna di Russia e la sconfitta di Lipsia dell’ottobre 1813, iniziò il crollo del dominio napoleonico in Europa.

Con la pace di Parigi, nella primavera del 1814, la Francia fu costretta a ritirare i suoi eserciti da tutti gli Stati occupati, che videro il ripristino della situazione politica antecedente al 1792. In Lombardia ritornarono a governare gli Austriaci.

Il Congresso di Vienna (1814-1815 ) aveva, infatti, stabilito la costituzione del Regno Lombardo-Veneto aggregato all’impero austro – ungarico, segnando la cancellazione del sistema di governo del “periodo francese” e la restaurazione della struttura amministrativa asburgica.

Con le risoluzioni sovrane del 1816 venivano prescritte le nuove norme di legislazione amministrativa.

Il Regno, tornò ad essere suddiviso in province  [59], distretti e comuni.

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[59]  Il territorio lombardo fu diviso nelle nove province di: Milano, Mantova, Brescia, Cremona, Bergamo, Como, Sondrio, Pavia, Lodi, poste sotto l’amministrazione di un Governo Centrale con sede a Milano. Ranieri, il fratello dell’Imperatore Francesco I, aveva assunto il titolo di viceré, scegliendo come residenza la Villa Reale di Monza.
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Alle regie Delegazioni, dipendenti direttamente dal Governo, furono affidate le province, mentre ai Cancellieri del censo, denominati dal 1819 Commissari distrettuali, i distretti.

I comuni mantennero la suddivisione in tre classi, introdotta dal regime napoleonico.

Quelli precedentemente “concentrati”, come era il caso di Brenna, ripresero la loro antica autonomia [60].

Nei centri minori e nei piccoli paesi rurali, che rappresentavano la maggioranza dei comuni sia della provincia milanese che comasca, tornavano il vecchio istituto del Convocato generale degli estimati e i Deputati dell’estimo [61].

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[60]  Storia di Monza e della Brianza, cit., pp. 290, 291. Le reintrodotte figure dei regi delegati e cancellieri del censo perdevano, però, in questo sistema quelle che erano le loro mansioni in età teresiana, cioè di semplici controllori legali e consiglieri delle comunità e circoscrizioni di comuni, ereditando invece le funzioni e i compiti dei prefetti e viceprefetti napoleonici.
[61]  Nei comuni di prima classe, cioè quelli con una popolazione superiore a diecimila abitanti e nelle città principali si faceva riferimento ad un Consiglio ristretto e ad una Deputazione come organismo esecutivo.
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Pur all’interno di un apparato burocratico che acquistò maggiori funzioni di controllo sul territorio e sulla popolazione – continuando in questo caso l’indirizzo politico avviato da Napoleone – fu concessa ai comuni una certa autonomia amministrativa, con l’attribuzione di competenze abbastanza estese in materia di sanità, di edilizia di acque e strade, di beneficenza.

Il tentativo di modernizzare lo Stato e promuovere lo sviluppo delle popolazioni, però, si scontrava spesso con la riottosità delle forze locali, restie ad approvare spese e sovrimposte soprattutto per l’istruzione di base o l’assistenza sanitaria dei ceti popolari.

Nonostante questi freni l’amministrazione pubblica assunse, comunque, un ruolo più attivo e dinamico.

Fu incentivata la diffusione delle condotte mediche e ostetriche, consorziando tra loro più comuni, per superare le difficoltà di bilancio delle singole comunità.

Si cercò di estendere su più vasta scala la vaccinazione antivaiolosa, diffondendo nel contempo norme igieniche e istruzioni per prevenire e contenere epidemie e malattie infettive.

Importante l’intervento nel settore dell’istruzione che portò all’istituzione nella maggior parte dei comuni delle scuole maschili e solo in un secondo tempo delle femminile.

I risultati migliori si ottennero nel campo delle opere pubbliche con la realizzazione soprattutto di strade, fontane lavatoi, pozzi, cimiteri, con l’obiettivo di creare opportunità di lavoro per la sempre enorme massa di indigenti che le frequenti crisi economiche lasciavano dietro di sé.

Il comune di Brenna con il ritorno degli austriaci riacquistò, come abbiamo riferito precedentemente, la propria autonomia e fu inserito nella provincia di Como nel Distretto XXVI, con sede dapprima a Mariano e dal 1829 a Cantù [62].

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[62]  Al Distretto XXVI facevano capo anche i comuni di Alzate Brianza, Arosio, Cabiate, Cantù, Carimate, Carugo, Cremnago, Cucciago, Figino, Intimaino, Inverigo, Mariano, Novedrate, Romanò, Senna, Villa Romanò.
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Venne confermato nel Distretto XXVI di Cantù nel successivo compartimento delle province lombarde del luglio 1844, mentre con il compartimento territoriale della Lombardia (giugno 1853), fu inserito nella provincia di Como, Distretto IV di Cantù.

Dai documenti d’archivio – mi riferisco sempre ai documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Como – per quello che si è riuscito a reperire, sappiamo che ricoprì ancora per diverso tempo, almeno fino al 1849, la carica di agente comunale (svolgeva in pratica le funzioni che si attribuiscono al segretario comunale) Carlo Corbetta, sostituito poi da Giovanni Corbetta, mentre il cursore, cioè il messo, fu per un certo periodo Ferdinado Badoglio.

La nobile famiglia Perego aveva sempre un proprio rappresentante in seno alla Deputazione municipale.

Primo Deputato fu, infatti, negli anni venti e trenta, Luigi Perego, spesso sostituito nelle incombenze amministrative da Paolo Corbetta.

Filippo Panzeri era il secondo Deputato dell’estimo, e lo fu per diversi anni.

Non risiedendo a Brenna, come del resto il Perego, suppliva alle sue mansioni Giovanni Balabio.

Sempre presente era, invece, Carlo Consonni, terzo e ultimo Deputato.

Nel 1849 rivestivano la carica di Deputati Luigi Perego e il nobile Alessandro Meroni che sarà il primo sindaco dell’Italia unita, ancora nominato nel 1858, poco prima dall’unificazione d’Italia, insieme a Carlo Villa [63].

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[63]  Tale ruolo fu assunto anche da Giovanni Giuseppe Maunier (1819, 1823-24), Giovanni Consonni (1831-1832).
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L’attività della Deputazione municipale nell’assecondare la volontà governativa, era fortemente condizionata dalla ristrettezza dei bilanci e da una sorta di “apatia” del Convocato generale degli estimati che spesso, per mancanza del numero legale, svolgeva un ruolo puramente consultivo (in questo caso subentrava la Congregazione provinciale di Como con funzione decisionale).

L’attenzione fu rivolta essenzialmente al settore delle opere pubbliche, in particolare alla sistemazione e ampliamento della rete stradale, utilizzando manovalanza locale.

Se il paese per la sua stessa posizione restava isolato dal più vicino circondario, nulla o poco era stato fatto in passato anche semplicemente per collegare il centro con le diverse cascine sparse sul territorio.

La stessa comunità si faceva spesso portavoce della cronica mancanza di collegamenti e della assoluta precarietà dei pochi esistenti.

Erano stati, infatti, “i terrieri e abitanti” di Brenna a denunciare più volte alle autorità superiori nel 1813, ma anche negli anni precedenti, lo stato deplorevole della strada detta dei “Borlaschi” che da Brenna portava ai “cassinaggi” Borlasco Inferiore e Superiore e da lì ai confini di Alzate.

Dopo le promesse iniziali e una perizia compiuta dall’agrimensore Albonico, tutto sembrò sfumare nel nulla [64] .

Trascorsero altri tre anni e finalmente nel 1816 iniziarono i lavori “di adattamento” del primo tronco di strada, il cui collaudo fu approvato nell’agosto 1817.

Nel medesimo anno l’opera venne completata con il secondo tronco [65] .

Sempre per quanto riguarda la strada dei “Borlaschi”, nel 1820 il Comune alienò alcuni tratti di strada “abbandonati” durante l’esecuzione dei lavori, ai possidenti Perego, Panzeri e Ajroldi, proprietari dei fondi limitrofi [66].

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[64]  ASCo, Fondo Prefettura, cart. 1248, petizione dei terrieri e abitanti di Brenna inviata alla Prefettura Dipartimentale del Lario il 2 giugno 1814: “E’ da molti anni che gli abitanti di Brenna videro deperire la strada che dal centro del paese guida ai cassinaggi Borlasco Superiore e Inferiore, ed indi ai confini di Alzate. Tale oggetto interessò la Loro Deputazione Comunale onde in un convocato furono affrontate le misure per la innovazione dell’indicata Strada: ma questa iniziale provvidenza non ebbe il corrispondente effetto. Fu esposto lo stato della cosa al Consiglio Comunale d’Inverigo divenuto Capo –Luogo dopo la concentrazione de’ piccoli Comuni, venne ivi considerata indispensabile la provvidenza e fu eletto al uopo il Sig. Agrimensore Albonico per la perizia di detta Strada. La perizia è stata rilevata e restava così un’appoggiata persuasione d’averne a godere l’inteso eseguimento: questo però non si è verificato. Dopo la lunga sofferenza di notabilissimi,, di stenti e danni nell’uso di questa strada perduta (divenuta per alcuni tratti una palude, e per altri una vera lacuna), tanto per l’occorrente mutua comunicazione tra il paese ed i cassinaggi, quanto per l’imprescindibile accesso alle adiacenti Campagne, che non si possono altronde essere servite, i sottoscritti Estimati ed abitanti di Brenna inoltrano le loro Suppliche affinché Codesta Dipartimentale Prefettura degnasi prenderne in considerazione l’esposto e decrettare le innovazioni dell’accenata Strada giusta la Perizia Albonico e con quelle modificazioni che crederà (…)”. Riportiamo parte dei nomi dei firmatari, i più leggibili: Carlo Corbetta, Mansueto Colombo, Ignazio Casati, Angelo Colombo, Moise Citterio, Paolo Corbetta, Fortunato Visconti, Cesare Badoglio, Giò Battista Badoglio, Luigi Consono “posidente”, Antonio Bazzero, Davide Badoglio, Carlo Giò Elli, Lodovico Galimberti, Carlo Giò Elli “a nome e comisione di Antonio Consono posidente”, Carlo Corbetta “ a nome di Pasquale Consono posidente”, Carlo Corbetta “a nome di Domenico Consono posidente”, Giacomo Consono, Faustino Viganò “per il Sig Luigi Perego Estimato”, Davide Badoglio “a nome di Gioan Consono posidente”, Giuseppe Balabio, Gioan Maria Balabio”.
[65]  ASCo, Fondo Prefettura, cart.1451. Nell’agosto del 1817 fu approvato l’atto di collaudo del primo tronco, come si evince dalla comunicazione inviata il 26 agosto dal Delegato Provinciale al Cancelliere del Censo di Mariano. Il 20 agosto dell’anno successivo il Cancelliere del Censo inviò una lettera alla Congregazione Provinciale di Como per ottenere l’approvazione dell’atto di collaudo del secondo tronco.
[66]  ASCo, Fondo Prefettura, cart.1472. Diversi sono i documenti rinvenuti. Riportiamo l’atto del I.R. Governo stilato il 18 novembre a Milano, con cui venne approvata la vendita (l’atto è indirizzato alla I. R. Delegazione Provinciale): “Si approva dall’I.R. Governo la vendita dei tronchi di strada abbandonata nel comune di Brenna, denominati dei Borlaschi pel prezzo di lire cento ottanta (L. 180) in cui acconsentirono gli acquirenti S.ri Perego, Ajroldi e Panzeri (…)”.
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Fu soprattutto l’assenza di collegamenti stradali tra Brenna e la frazione di Olgelasca a spingere i possidenti e abitanti di Olgelasca ad una forte azione dimostrativa, inviando nel febbraio 1820 al Commissario Distrettuale una petizione in cui veniva chiesta la separazione da Brenna e l’unione a Mariano.

“Olgelasca – così è riportato nel documento – non ha alcuna strada diretta di comunicazione con Brenna, interessati li territori delle due frazioni da profonda valle, per la quale si passa mediante laterali sentieri da semplice pedone stretti, erti e pericolosi massime nelle alluvioni, nell’inverno, e nella notte (…).
Nessuno de’ viventi in Olgelasca può rammentare qualche opera stradale fatta dal Comune sul territorio di Olgelasca, quantunque tutte le strade di Olgelasca siano in totale deperimento ed impraticabilità; mentre sul territorio di Brenna, si sono eseguiti li riattamenti di strade molto dispendiose, cosicché fu ed è eccessivo il sopracarico locale da vari anni”.

Venivano addotti altri motivi a sostegno della richiesta di separazione: “Perché li possidenti di Brenna in maggior numero dei possidenti della frazione di Olgelasca nei Consigli e Convocati hanno sempre proposte ed approvate le sole opere vantaggiose alli abitanti di Brenna con gravissimo sopracarico agli abitanti e possidenti di Olgelasca (…).
Perché Olgelasca è già sottoposto nello spirituale alla Parrocchia di Mariano, perché del territorio, Perticato e Scutato d’Olgelasca esiste già eseguita fino dalla formazione del Censo una Mappa apposita e particolare” [67].

La protesta non ebbe, comunque, alcun seguito e, nonostante fosse stato riconosciuto agli abitanti di Olgelasca il diritto di avere una strada carreggiabile, trascorsero alcuni anni prima che questo desiderio potesse essere realizzato.

In una riunione straordinaria del Convocato degli estimati tenutosi il 31 luglio 1823 si passò all’azione, affrontando il problema dei costi diventati ingenti, poiché nel progetto era prevista anche la realizzazione di un altro tronco per Pozzolo Superiore e Inferiore. [68]

I lavori ebbero inizio nel giugno 1824 e terminarono esattamente dopo un anno [69].

Aumentarono considerevolmente nel corso degli anni i solleciti governativi che giungevano ai comuni tramite la Delegazione Provinciale di Como, affinché fosse dato il maggior impulso ai lavori pubblici [70].

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[67]  ASCo, Fondo Prefettura, cart.1472, petizione degli abitanti e possidenti in Olgelasca al Signor Imperiale Regio Commissario Distrettuale in Mariano, febbraio 1820: “ (…)La circostanza d’essere Olgelasca sottoposta nello spirituale a Mariano presenta varie altre considerazioni in appoggio alla dimanda di segregazione. A semplificare l’amministrazione, a minorare li doveri e pesi individuali degli abitanti è conosciuto conveniente, che una frazione abbia ad essere sottoposta per quanto è possibile alla stessa località tanto nello spirituale che nel temporale. Difatti emerge altrimenti una risultanza di nuovi indebiti pesi, di incertezza sulla corrisponsione dei pesi tra la spiritualità e temporalità. Allorché si fa necessario un Certificato di buoni costumi, di nascita, di morte, gli abitanti di Olgelasca sono necessitati di andare a Mariano per averlo dal Parroco, e poi debbono andare a Brenna per la conferma della Deputazione Amministrativa e così dupplicano inutilmente gli incommodi; giacché quando formassero frazione della Comune principale in cui esiste il loro Capo di Culto in Mariano, la semplice andata a Mariano basterebbe. Incertezza poi e ingiustizia riscontransi nell’amministrazione e corrisponsione dei pesi. Gli abitanti di Olgelasca sottoposti nello spirituale a Mariano dovrebbero concorrere alle spese per il seppellitore, Campo Santo di Mariano, e non dovrebbero concorrere alle spese di culto per Chiesa, seppellitore, Campo Santo della frazione di Brenna. Nientemeno nell’Amministrazione e nei conti Comunali si verifica tutto il contrario”. Il documento era firmato da: Giuseppe Marelli “ a nome e missione” del padre Andrea, Giovanni Maria Galimberti, Giovanni Crippa “a nome e commissione”di Paolo Guanzirolo “illetterato”, di Giò Battista Trezzi “illetterato”, di Antonio Maria Pedretti “illetterato”, di Pietro Salvadè, “illetterato”, di Giovanni Romanò, “illetterato”, di Giò Batta Noseda “illetterato”, Paolo Brioschi “fu presente per testimonio”, Felicissimo Acerbi “fu presente per testimonio”, Angelo Maria Formenti, possidente in Olgelasca, Giuseppe Maunier, possidente in Olgelasca (più altri due nomi illeggibili).
[68]  ASCo, Fondo Prefettura, cart.1503, Atto del Convocato generale del comune di Brenna tenutosi il 31 luglio 1823. Il Convocato con 8 voti favorevoli e uno contrario deliberò “che il Comune abbia a sostenere per la spesa che abbisogna per tale riattazione centesimi otto per scudi d’estimo finché la spesa medesima venga ad essere totalmente pagata”.
[69]  ASCo, Fondo Prefettura, cart.1600, rapporto del I.R. Commissario Distrettuale all’I.R. Delegazione Provinciale, Cantù, 28 febbraio 1835.
[70]  ASCo, Fondo Prefettura, cart.1977, Circolare Governativa, 13 marzo 1847 diretta alla Delegazione provinciale di Como. Nel documento si fa cenno anche alle parecchie circolari del medesimo tenore, inviate in passato.
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Per il comune di Brenna, con i bilanci ridotti all’osso, l’impresa risultava veramente ardua.

Dai “Prospetti annuali delle strade comunali costruite o riattate nel Distretto di Cantù” – conservati sempre nell’Archivio di Stato di Como – possiamo avere un’idea di quanto fu effettivamente attuato nel campo delle opere stradali.

Nel 1831 fu compiuta la strada “che da Olgelasca mette al confine di Cantù”  [71], nel 1847 “l’adattamento del primo tronco di strada che da Pozzolo mette al confine di Carugo” [72].

Il “Prospetto delle strade comunali di Brenna”, datato 4 gennaio 1858 riassumeva le strade principali del Comune:

strada da Brenna a Cremnago (lunghezza m.1661.00, larghezza m. 5)

strada da Pozzolo Superiore a Pozzolo Inferiore (lunghezza m. 472, larghezza m.5)

strada da Pozzolo Superiore al confine di Carugo (lunghezza m.700, larghezza m.5)

strada da Olgelasca al confine col comune di Cantù (lunghezza m.1746.00, larghezza m.5)

strada dal Borlasco al confine col comune di Alzate (lunghezza m.1157.50, larghezza m.5)  [73].

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[71]  ASCo, Fondo Prefettura, cart.1688, Prospetto delle strade comunali costruite nel Distretto di Cantù durante l’anno 1831, Cantù, 2 maggio 1832, con la firma del I.R. Commissario Distrettuale. Vengono riportati anche alcuni dati: “Lunghezza della strada m.481, L. 809 per la costruzione, L. 754.80 per i fondi occupati o danneggiati, totale della spesa 1563.80”.
[72]  ASCo, Fondo Prefettura, cart.1977, Prospetto delle opere pubbliche autorizzate dal 20 marzo a tutto il giorno 14 del successivo aprile 1847 nel Distretto di Cantù, a firma del Commissario Distrettuale, Cantù, 14 aprile 1847: “sono in corso gli esperimenti d’asta per l’appalto”.
[73]  ASCo, Fondo Prefetura, cart.1980, Prospetto delle strade comunali di Brenna, Brenna 4 gennaio 1858. E’ firmato dai due sostituti dei Deputati dell’estimo: Giuseppe Rigamonti per tale Villa e Costante Colombo per il nobile Alessandro Meroni.
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Il prevosto di Cantù don Carlo Annoni, nel suo libro “Momenti e fatti politici e religiosi del borgo di Canturio e sua pieve”, pubblicato nel 1835, pur sottolineando come Brenna con queste vie di comunicazione ( escludendo la strada per Carugo che all’epoca non era stata ancora realizzata ) si fosse finalmente “messa in circostanze pari coi comuni che la circondano”, non può fare a meno di affermare che le due strade che conducevano rispettivamente a Cremnago e da Olgelasca a Cantù “meritavano di essere costrutte con maggior discernimento, per rendere più agevole il passaggio de’ viandanti sulle erte ripe che vi sono per le due valli” [74].

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[74]  Carlo Annoni, Monumenti e fatti politici e religiosi del borgo di Canturio e sua Pieve, Milano 1835, p. 372.
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Uno dei problemi maggiormente sentiti dalla popolazione era la scarsità d’acqua.

A Brenna non esistevano pozzi pubblici o cisterne di acqua potabile.

La mancanza d’acqua diventava una vera emergenza d’estate o in occasione di periodi di siccità costringendo la gente a procurarsela “a molta distanza dal paese e con gravi stenti”.

La costruzione di un pozzo in paese non poteva essere rimandata ancora a lungo, anche sotto l’aspetto sanitario.

La questione era stata posta all’ordine del giorno in due adunanze del Convocato generale degli estimati tenutisi, rispettivamente l’11settembre 1830 e l’11 novembre 1831 che, leggiamo in un rapporto inviato dal Commissario Distrettuale alla Delegazione Provinciale, ebbero però solo valore consultivo, mancando il numero legale, la qual cosa – rilevava il Commissario – “quasi sempre accade nel detto paese”.

Fu comunque deciso che la Deputazione facesse stilare ad un professionista il progetto “o del pozzo o della cisterna” [75] .

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[75]  ASCo, Fondo Prefettura, cart.1708, rapporto del I.R. Commissario Distrettuale all’I.R. Delegazione Provinciale, Cantù, 30 ottobre 1833.
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L’indecisione su quale progetto far eseguire allungò notevolmente i tempi, così la Deputazione alla fine incaricò l’ing. Montanara di preparare entrambi i progetti.

Il Convocato generale riunitosi il 27 maggio 1834 decise di adottare “l’esecuzione della perizia del pozzo, stabilendo che per far fronte al relativo dispendio abbia a prelevarsi un’apposita sovrimposta negli anni 1835-36.” [76].

L’esecuzione dell’opera fu appaltata a tale Matteo Grassi che in breve tempo la portò a compimento [77].

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[76]  Ibidem, rapporto del I.R. Commissario Distrettuale all’I.R. Delegazione Provinciale, Cantù, 27 maggio 1834.
[77]  Ibidem, rapporto del I.R. Commissario Distrettuale all’I.R. Delegazione Provinciale, Cantù, 19 febbraio 1835. Il Grassi aveva ribassato di L. 51.98 il costo dell’opera e di L. 2.01il canone annuale di manutenzione, quantificati in origine rispettivamente in L. 2891,98 (a cui andavano aggiunte L.201.61 “per compenso dei fondi occupati”) e in L. 122.01. Tuttavia alla fine il costo risultò maggiore “per opere addizionali” che furono intraprese nel corso dei lavori. In particolare -come rivelò il Commissario distrettuale in un rapporto alla Delegazione Provinciale inviato il 21 giugno 1836 – si dovette scavare ad una profondità superiore di quella prevista dalla perizia per la presenza di un ostacolo.
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Nel 1850 ebbero inizio, invece, i lavori per la costruzione della nuova Chiesa di Brenna, di cui si tratterà ampiamente nel capitolo dedicato alla Parrocchia di Brenna; il Comune sostenne parte delle spese assumendo “un grosso mutuo di L.16.642” [78].

Poco prima dell’Unificazione d’Italia, nel 1859, si passò alla costruzione del nuovo cimitero che sarà poi ampliato negli anni del fascismo.

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[78]  ASCo, cart.2036. In una lettera scritta dal primo sindaco di Brenna dopo l’Unità, Alessandro Meroni, e indirizzata al Prefetto in data 16 maggio 1863, viene ricordato il gravoso onere finanziario sostenuto dall’Amministrazione comunale per la costruzione della Chiesa.
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La popolazione di Brenna: aspetti della vita economica e stato di salute

Una descrizione sommaria ma nello stesso tempo incisiva di Brenna in questi anni ci viene fornita dall’Annoni sempre nella sua opera “Momenti e fatti politici e religiosi del borgo di Canturio e sua pieve”:

Questo comune di censuarie pertiche 7123,3 metri quadrati 46585. Censite scudi 23348,1,1, è diviso in due frazioni, di Brenna con Pozzolo, e di Olgelasca, separata quest’ultima da profonda valle.

Il territorio di Brenna è elevato sul dosso di una collina, che seguendo l’altura di Alzate si prolunga dal Nord al Sud, ha poca larghezza ed è coperto di moroni e viti, e produce frumento e grani.

La parte inferiore all’Est è più leggera atta alla segale. Tanto la discesa a quest’ultimo lato, quanto quella a Ponente è boscata. Il territorio poi di Olgelasca è tutto boschivo, dal quale se ne trae molta legna forte, e quantità di erica: si eccettua poca superficie nel mezzo in giro al caseggiato che è coltiva, e fertile.

E’ molto propria questa posizione per la caccia, ed eccellenti uccellande sporgono sulle alture.

Il territorio di Brenna è scarso di acqua, e nell’estate molto soffrono gli abitanti per la siccità.

Il comune sta però ora costruendo a grande profondità un pozzo. La Valle a Levante detta la Valsorda è asciutta. Il ristretto vallone all’Ovest, che trae origine da Alzate, bagnato solamente in tempo di pioggia, è diretto verso Carugo.

In Olgelasca vi sono diversi scoli che vanno poi a formare la Valletta di Carugo, ed il Torrentello Lottolo sotto Cassina Matta (…).

Alla metà circa della longitudine della collina all’alto del vallone vi sta il fabbricato di Brenna composto quasi tutto di case coloniche, essendo in questi ultimi anni a tale uso ridotte anche quelle che servivano ai possessori, che non più qui villeggiano.

Alcune cassine vi sono sparse, e contasi fra le principali i due Pozzoli, che stanno a un miglio al Nord del comune.

Il Casino Panceri trovasi sulla strada della Valsorda, e guarda quella valle, e le colline di Cremnago. Il fabbricato di Olgelasca è posto all’Ovest lungi altro miglia dal centro del proprio territorio.

Tutte queste case contengono una popolazione agricola piuttosto unita in grosse famiglie di anime n.592, hanno anche dell’industria sul metodo di quelli di Alzate (in pratica erano “ bravi a scardassare il filosello e le donne nell’incannare la seta”).

La quantità delle bettole però non è relativa alla necessità della popolazione (…)” [79].

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[79]  C. Annoni, Monumenti e fatti politici e religiosi del borgo di Canturio e sua Pieve, cit., pp. 371-373. Non si conosce il numero esatto delle “bettole”. Le osterie erano comunque già segnalate nei primi anni dell’Ottocento.
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Il numero alquanto elevato delle osterie rispetto alla scarsa consistenza della popolazione sarà una costante nella storia del paese.

L’agricoltura restava, quindi, l’attività predominante della popolazione.

Al contratto di mezzadria si era progressivamente sostituito il contratto misto di mezzadria e fitto in grano.

Questo tipo di contratto era considerato alla metà dell’Ottocento “non solo il più usato, ma quasi come l’esclusivo della collina comasca e dell’Alto milanese” [80].

Il contadino versava al proprietario dei fondi un fitto in denaro per l’abitazione e un fitto generalmente in frumento per i terreni.

La parte di raccolto che gli spettava spesso non era sufficiente per sfamare la famiglia “sino al raccolto della stagione successiva” [81].

La miseria e la penuria alimentare rappresenteranno un punto fermo per tutto l’Ottocento e anche oltre.

Era sempre diffusa la coltura del gelso legata all’allevamento del baco da seta.

Nel censimento relativo alla consistenza dei gelsi effettuato nel 1859-60, furono rilevate nel Comune di Brenna 1729 piante [82].

E se erano gli uomini a portare dai campi le foglie di gelso era in genere compito delle donne accudire all’allevamento del bruco.

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[80]  S. Jacini, La proprietà fondiaria e le popolazioni agricole in Lombardia, Borroni e Scotti, Milano 1854, 2° ed. Civelli, Milano-Verona 1856 (ristampa anastatica della 2° edizione, a cura di Franco Della Peruta, Editrice La Storia, Milano 1996).
[81]  T. Casartelli, Cantù e il suo territorio dal 1721 al 1950. Storia di un paesaggio rurale, cit., pp. 41-43.
[82]  ASMi, Catasto, cart.10529. Quaderno per l’enumerazione dei gelsi, anno 1860. “I gelsi considerati sulla generalità di questo Comune nel loro primo periodo di stadio in essere danno un prodotto adeguato annuo in foglia di Libbre 10; i gelsi considerati sulle generalità come sopra nell’ultimo periodo di stadio in essere danno un prodotto adeguato annuo in foglia di Libbre 24; il prodotto adeguato medio entro i suddetti periodi di Libbre 20”.
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La popolazione viveva nei diversi cascinali sparsi sul territorio e nelle corti agglomerate del paese in condizioni igienico- sanitarie alquanto precarie.

Le dimore erano anguste e umide con scarsa aerazione. Nei cortili si formavano rigagnoli di acqua putrescente proveniente dalle latrine e dal letame ammassato vicino alle stalle, che rendeva l’aria irrespirabile. Naturalmente il degrado igienico-ambientale favoriva l’insorgere di malattie infettive quali il tifo e il colera.

Dopo l’imperversare del tifo petecchiale che, contemporaneamente alla terribile carestia del triennio 1815-17, causò in tutta la Lombardia circa 70.000 vittime [83], il paese dovette affrontare negli anni 1836 e 1855 l’epidemia del “cholera morbus asiaticus” [84] che investì tutta la provincia (un’altra epidemia colerica imperverserà nel 1867, come vedremo in seguito).

Questa nuovo terribile morbo di origine indiana , dopo aver infettato l’Europa settentrionale e le province dell’Impero Asburgico era penetrato nel 1835 nel Regno di Sardegna diffondendosi poi in tutta la Lombardia e l’Italia settentrionale (estendendosi anche nel Regno di Napoli).

Nell’aprile 1836 si manifestò a Como, con particolare virulenza nel sobborgo di Sant’Agostino.

A giugno aveva già infettati i Distretti di Brivio e Lecco, a luglio fu la volta del Distretto di Cantù; dapprima si diffuse a Mariano e Cantù ( i più colpiti), quindi a Cucciago, Cabiate ed altri paesi, probabilmente anche Brenna [85].

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[83]  T. Casartelli, Cantù e il suo territorio dal 1721 al 1950. Storia di un paesaggio rurale, cit., p. 97.
[84]  Il colera, malattia infettiva acuta, insorge nell’organismo in seguito all’ingestione di cibi o bevande contaminate da feci infette. Dopo un’incubazione di due o cinque giorni, provoca nausea, vomito e diarrea fino alla disidratazione.
[85]  I. Cantù, Le vicende della Brianza e dei paesi circonvicini, cit., pp. 243- 255. Il Cantù non cita espressamente Brenna, ma è probabile che ne sia stata colpita. Furono colpiti dal morbo anche i Distretti di Erba, Missaglia e Oggiono. A settembre il colera sembrava aver superato la fase più virulenta. Secondo i dati forniti dal Cantù in provincia di Como i decessi furono 4209; nel distretto di Cantù su 387 ammalati ne morirono 230. Il medico provinciale A. Tassani nell’articolo Il cholera asiatico nella provincia di Como durante il 1854, pubblicato sul Manuale della Provincia di Como anno 1855 fornisce per il distretto di Cantù questi dati: ammalati 391, morti 231.
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Il Canturino sfuggì fortunatamente alle due ondate epidemiche, sicuramente più lievi, del 1849 e 1854, ma non a quella particolarmente violenta del 1855, originariamente importata dal Veneto.

Il morbo dilagò in quasi tutti i comuni, risparmiando, invece, Arosio, Cremnago, Intimiano e Villa Romanò.

I più flagellati furono Vighizzolo, Carugo, Alzate, Carimate, Figino Cucciago e Romanò.

Secondo il medico provinciale Alessandro Tassani “furono alcuni militari in permesso che ritornati ai patri larj gettarono il primo germe coleroso in Vighizzolo, Cantù e Figino”.

Proprio due individui provenienti da Vighizzolo, diffusero il colera a Brenna [86].

Il colera era certamente la malattia che terrorizzava di più la popolazione insieme al tifo e al vaiolo; quest’ultimo, nonostante la diffusione della vaccinazione grazie alle campagne di profilassi promosse in epoca napoleonica, assunse un carattere endemico per tutto l’Ottocento.

La precarietà delle consuetudini igieniche, l’insalubrità delle abitazioni, la contaminazione delle acque accompagnate da un’alimentazione insufficiente e povera, favorivano l’insorgere di altre gravi malattie che provocavano un alto numero di decessi e per le quali non esistevano ancora cure efficaci, come la difterite e altre malattie gastrointestinali, la tubercolosi, le affezioni polmonari.

I più esposti erano naturalmente gli infanti che spesso non superavano la prima settimana o il primo anno di vita o addirittura morivano per le complicazioni subentrate durante il parto.
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[86]  A. Tassani, Invasione del colera nella Provincia di Como e modo di sua diffusione, in Manuale della Provincia di Como anno 1856.
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Abbiamo accennato prima alla povertà dell’alimentazione dovuta allo stato di estrema miseria comune a tutta la popolazione della collina comasca e brianzola.

Essa era costituita fondamentalmente da farina di mais (polenta) e cereali minori (pane di melgone, cioè mais, misto con un po’ di segale).

Questo regime alimentare basato, si può dire su, un unico alimento favoriva il diffondersi della pellagra  [87], “la malattia della miseria”, legata proprio alla carenza di vitamine e proteine introdotte nell’organismo con una dieta povera [88].

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[87]  La pellagra è una malattia ad andamento stagionale dovuta all’insufficiente apporto alimentare di acido nicotinico (vitamina PP). Si manifesta con eritemi pruriginosi a carico della pelle, soprattutto del viso, del collo, delle mani e di altre parti esposte all’azione della luce. Le placche si coprono di bolle che si essiccano e quindi la pelle si desquama.Le manifestazioni cutanee sono accompagnate da disturbi digestivi (gastrite, diarrea) e da quelli che interessano il sistema nervoso.L’evoluzione della malattia è quasi sempre cronica, con riacutizzazioni in primavera ed estate per la maggior esposizione ai raggi solari.
[88]  T. Casartelli, Cantù e il suo territorio dal 1721 al 1950. Storia di un paesaggio rurale, cit., pp. 112 –114: “Strettamente legata alla diffusione del mais come base alimentare delle popolazioni contadine, questa malattia cominciò a manifestarsi con maggiore intensità in seguito al graduale instaurarsi dei nuovi rapporti di produzione: il contratto misto di mezzadria e fitto in grano. Infatti, nella seconda metà del Settecento, il passaggio di proprietà della terra da mani nobiliari ed ecclesiastiche a mani borghesi spinse i nuovi proprietari ad un graduale aumento delle rese produttive dei prodotti del podere, costringendo i coloni a un canone in frumento sempre più gravoso. Pertanto, all’interno del podere, venne aumentata la superficie coltivata riservata al frumento a scapito dei cereali minori, destinata invece all’alimentazione dei contadini. La maggiore produttività del mais, superiore anche cinque volte a quella del frumento, spinse i contadini a sostituire miglio e avena con la graminacea di origine americana e ad adottarne il suo frutto come elemento base della propria alimentazione”.
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Secondo le indagini del dott. Tassani, medico provinciale, “particolarmente percorsi dal male” erano i Distretti di Cantù, Appiano, Gavirate, Brivio, Tradate, Missaglia, Oggiono e il Distretto II di Como [89].

Nel “Prospetto dei pellagrosi” presenti nella condotta medico-chirurgica di cui faceva parte Brenna (insieme a Inverigo, Romanò, Villa Romanò, Arosio e Cremnago), riferito all’anno 1842, risultava che in paese vi fossero due pellagrosi, entrambi uomini, di 48 e 50 anni. Venivano elencati i sintomi da loro sofferti: “vertigini, rossore al dorso delle mani e dei piedi, dispepsia, diarrea, traballamento della persona”, e il metodo curativo indicato: “bagni purganti blandi, emulsioni di gomma arabica, decotti amari” [90]. Invece il “Prospetto dei pellagrosi” residenti a Brenna e Alzate relativo al 1843 era accompagnato da una lettera del medico condotto Giberto Scotti nella quale oltre a segnalare un aumento dei casi ( sei malati in ciascun paese) ne dava un’interessante spiegazione: “Allo spirare del corrente anno 1843 devo notare maggior numero di pellagrosi che negli anni decorsi; e ciò non tanto perché la malattia siasi diffusa a maggior numero di individui, quanto perché taluni che prima ne erano in legger grado affetti, solamente quest’anno ebbero bisogno di ricorrere al medico soccorso. In generale io credo che la pellagra sia più comunemente diffusa di quanto appare nei prospetti statistici, atteso che ben di rado i contadini la manifestano al primo suo apparire e perché tosto che il male non ha prodotto qualche grave sconcerto aborrono da ogni cura, sia per non gittare, come essi dicono, il denaro in medicine, sia per tema di dover per medica prescrizione desistere dal lavoro” [91].

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[89]  A. Tassani, Notizie statistiche sulla pellagra, in Manuale della Provincia di Como, anno 1858.
[90] ASCo, Fondo Prefettura, cart.2171, fasc. 3.
[91] Ibidem, lettera del medico Giberto Scotti al Commissario Distrettuale di Cantù, Alzate 10 dicembre 1843.
I pellagrosi di Brenna erano tutti maschi “il più vecchio di 74 anni il più giovane di 21 anni.
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L’anno successivo i pellagrosi scesero a cinque, quattro maschi e una donna che “presa da delirio” fu trasportata all’Ospedale Maggiore di Milano [92].

In generale l’ospedale milanese era il principale punto di riferimento per il ricovero degli ammalati brennesi, perché appartenenti ad un comune dell’ex Ducato di Milano, anche se insignificante era il numero di malati gravi che ricorrevano a tale opportunità.

Più spesso venivano ricoverati in questa struttura i malati cosiddetti “cronici” bisognosi di cure, le cui spese erano a carico delle finanze comunali, come nel caso del malato cronico Carlo Corbetta.

Il comune aveva dovuto pagare per i trattamenti e l’assistenza prestata al poveretto – che tra l’altro morì in ospedale – la somma di L. 115.50  [93].

Queste spese, unite ai sussidi elargiti ai “miserabili infermi ed orfani” erano comunque gravose per il comune, che era sempre in ritardo con i pagamenti [94].

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[92] Ibidem, Prospetto dei Pellagrosi esistenti nei comuni di Alzate e Brenna nell’anno 1844.
[93] ASCo, cart.2234, lettera dell’Amministrazione distrettuale di Cantù alla Congregazione Municipale di Como, Cantù, 17 luglio 1848. La somma riguardava il periodo di degenza dal 27 agosto al 15 dicembre 1847.
[94] Nel caso di persone che avevano cambiato domicilio o risiedevano da poco in paese si innestava il meccanismo dello scaricabarile che dava vita ad una fitta corrispondenza tra i comuni interessati.
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Brenna sotto l’aspetto sanitario continuava ad essere consorziato con altri comuni del Distretto [95], potendo contare sulla presenza del medico – chirurgo almeno due volte alla settimana e più assiduamente nel caso di eventi straordinari, come potevano esserlo le epidemie.

Era ancora medico e chirurgo condotto, almeno fino al 1833, Francesco Gropetti di Lurago che aveva chiesto e ottenuto un aumento del suo salario “in ragione delle gravose fatiche che fu d’uopo sostenere al proprio esercizio in questo comune di Brenna a cagione della crescente popolazione, della lontananza e dei cassinaggi diversi e lontani due miglia e più uno dall’altro” [96].

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[95]  ASCo, Fondo Prefettura, cart.4178. Nel Distretto di Mariano (poi di Cantù) esistevano due condotte mediche e chirurgiche. Brenna risulta unito ai comuni di Arosio, Cabiate, Carugo, Mariano, Cremnago, Romanò Villa Romanò. Successivamente Brenna sarà consorziato con Inverigo, Romanò, Villa Romanò. Arosio e Cremnago.
[96]  ASCo, Fondo Prefettura, cart.4166, lettera del dott. Gropetti alla Deputazione dell’estimo di Brenna, 19 settembre 1822.
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Nel 1825 Brenna si era, invece, associata per la condotta ostetrica ai comuni di Alzate e Cremnago, ma un’ulteriore “sistemazione” nel 1832 mutò il quadro dei paesi consorziati.

Fu istituita, infatti, una nuova condotta ostetrica che univa i comuni di Alzate e Brenna ad Orsenigo, Anzano e Fabbrica , appartenenti al Distretto di Erba, i cui convocati aveva dato l’assenso per la nomina della levatrice Maria Marelli Porro.

Il convocato di Brenna aveva potuto dare solo un assenso “consultivo” per il mancato raggiungimento del numero legale [97] e si era affidato alla risoluzione della Congregazione provinciale [98].

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[97]  Ibidem, Estratto dell’atto del Convocato generale degli estimati del comune di Brenna tenutosi il 21 agosto 1832.
[98]  Ibidem, lettera della Congregazione Provinciale all’I.R Commissario Distrettuale di Cantù e all’I.R. Commissario Distrettuale di Erba, Como, 3 ottobre 1832. La Congregazione approvò la nomina della levatrice “supplendo al difetto del convocato di Brenna”.
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L’assetto proprietario in questo arco di tempo subì delle modifiche, come risulta dal Sommarione della Mappa del cosiddetto “Catasto Cessato” realizzata per Brenna nel 1853.

Con la messa in circolo dei beni ecclesiastici, soprattutto dei grandi enti proprietari, scompaiono dall’elenco dei possessori i Monasteri di San Giuliano e dell’Ascensione di Como, l’Abbazia dei SS. Cosma e Damiano di Milano e il monastero di San Vittore di Meda, quasi unico proprietario di Olgelasca, acquisita per la gran parte dalla famiglia Perego Gaetano [99].

Anche le grandi famiglie proprietarie Zucchi, Casati-Cabiati e Olgiati cedettero interamente le loro proprietà. Insieme alla famiglia Perego, che deteneva già larga parte del territorio, i maggiori possessori del paese erano le nobili famiglie Peregrini Giuseppe e Meroni Alessandro, Pini e Villa, a cui si aggiungono la famiglie Turati e un gruppo di piccoli proprietari: i Trezzi, Consonni, Cappelletti, Tagliabue e Marelli [100].

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[99]  ASCo, Catasto, Sommarione della Mappa del suddetto Comune censuario di Brenna, anno 1853.Per quanto riguarda i beni ecclesiastici ricordiamo alcuni legati amministrati dal parroco don Antonio Daverio insieme alla prebenda parrocchiale di Brenna, il beneficio parrocchiale di san Pietro d’Alzate.
[100]  Ibidem, gli altri proprietari sono: la famiglia Passalacqua Lucini, Barzaghi Paola, Alessandro Besana.
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Il periodo risorgimentale

I primi moti antiaustriaci non coinvolsero particolarmente il comasco, ma nel 1848, congiuntamente alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo), anche Como e la sua provincia si sollevarono contro gli Austriaci [101].

La notizia dell’insurrezione della capitale lombarda fu accolta con esultanza generale, e molti accorsero a Milano.

La prima guerra d’indipendenza si aprì con l’intervento del re di Sardegna, Carlo Alberto di Savoia, a sostegno degli insorti, ma dovette presto ritirarsi dopo la sconfitta del suo esercito a Custoza.

Un nuova mossa tentata l’anno successivo e miseramente fallita con la sconfitta di Novara, spinse il re ad abdicare e andare in esilio a Oporto.

Nel luglio del 1859, dopo la fortunata campagna militare condotta dai Piemontesi, con l’aiuto fondamentale dell’alleato francese, che portò alle vittorie di Montebello, Palestro, Magenta e soprattutto Solferino e San Martino e a quelle riportate da Garibaldi a Varese a San Fermo, l’armistizio di Villafranca segnò il definitivo tramonto del dominio austriaco in Lombardia e la sua annessione al Regno di Sardegna. Il 17 marzo 1861, una volta realizzata l’annessione anche dell’Emilia e Toscana – dove le popolazioni erano insorte spontaneamente – la conquista del Regno di Napoli, e di parte dello Stato Pontificio, si giunse alla proclamazione del Regno d’Italia sotto Vittorio Emanuele II.

L’annessione del Veneto – come è noto – giungerà in un secondo momento, nel 1866, con la terza guerra d’indipendenza che, iniziata male per l’Italia con la sconfitta di Custoza e il rovescio nella battaglia navale di Lissa, si concluse con l’armistizio di Cormons e la successiva pace di Vienna in cui nostro Paese subì l’umiliazione di vedersi consegnare il Veneto indirettamente dalla Francia.

Purtroppo non siamo riusciti a trovare alcuna documentazione di come sia stato vissuto dai brennesi il periodo risorgimentale.

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[101]  A Como si formò un governo provvisorio guidato da Tommaso Perti e il 22 marzo gli Austriaci furono costretti ad abbandonare la città, cfr. Le Cinque giornate del 1848 in Como, Soc. Storica Comense, Como 1949. La pesante crisi economica che colpiva le campagne era stata fondamentale nel provocare la sollevazione popolare.
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Abbiamo rinvenuto però, nell’Archivio storico del Comune – la cui raccolta documentaria inizia dopo l’Unificazione – un fascicoletto riguardante gli assegni vitalizi elargiti nel 1907 e 1911 ad alcuni veterani superstiti delle “Patrie battaglie”.

Un atto di notorietà stilato dal Comune nel settembre 1907 certificava “che Balabio Carlo fu Pasquale e fu Bosisio Carolina, nato a Brenna il 19 luglio 1839, pure qui domicilato, di condizione contadino, è precisamente lo stesso individuo che sotto il cognome di Ballabi e i nomi di Carlo Vincenzo, nel 1860-1861 ha preso parte alla Campagna per l’Indipendenza ed Unità d’Italia, quale bersagliere nel 4° Reggimento, riportando il Brevetto n.281 d’ordine d’elenco, datato a Novara il 27 settembre 1866, con diritto di fregiarsi della Medaglia commemorativa. (…) Il Ballabio è ognora chiamato per tradizione “Il Bersaglier” e che quale veterano, trovandosi in condizioni assolutamente bisognose, intende ora d’invocare dallo Stato l’assegno vitalizio annuo, decretato ai Veterani superstiti” [102].

L’anno successivo fu riconosciuto al Balabio il diritto all’assegno vitalizio di L.100, concesso anche a tale Giovanbattista Noseda fu Ambrogio [103].

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[102]  Archivio del Comune di Brenna (ACBr), cart.812, Servizio Militare 1907-15, atto di notorietà, Brenna settembre 1907.
[103] Ibidem, lettera del Ministero della Guerra al sindaco di Brenna, Roma 10 maggio 1908.
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Nel 1911 il Ministero della Guerra aveva deciso di concedere un assegno vitalizio ai veterani delle campagne 1866-67 per l’indipendenza d’Italia, naturalmente previa presentazione della domanda corredata da diversi documenti [104].

I veterani brennesi ancora viventi erano sei, come si vede dall’elenco compilato dal Comune, che ne forniva i dati anagrafici: “Mauri Angelo fu Gaetano e fu Corbetta Giuditta, contadino nato il 25 marzo 1841, Citterio Michele fu Dionigi e fu Mauri Angela, contadino nato il 29 settembre 1839, Colzani Martino [105] fu Giovanni e fu Consonni Giuseppa nato l’’11 novembre 1842, Amati Carlo fu Francesco e fu Maisani Rosalinda, contadino nato il 7 agosto 1845, Consonni Carlo Giuseppe fu Giuseppe Antonio e fu Casati Angela nato il 1luglio 1840, Viganò Francesco fu Giovanni e fu Nappi Angela, contadino, nato il 13 marzo 1841” [106].

Per quanto riguarda Angelo Mauri e Michele Citterio abbiamo informazioni più precise.

Il primo partecipò alla campagna del 1866 a Borgoforte nel 62° Reggimento Fanteria, mentre il secondo alla campagna del 1866 a Bassano del Grappa nel 27° Reggimento Fanteria Brigata Pavia.

L’iter burocrartico delle varie pratiche fu seguito a Roma dal deputato comasco on.Giulio Padulli di Cabiate che cercò di accelerare i tempi per l’approvazione delle domande.

Così risulta da un paio di missive inviate dal Padulli al segretario comunale Carlo Consonni.

Il deputato comasco cercò di favorire in altre occasioni, come vedremo, il comune di Brenna [107].

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[104]  Ibidem, circolare inviata dalla Prefettura di Como a tutti i sindaci della provincia in data 25 agosto 1911 in cui si informava “che, giusta disposizioni date dal Ministero della Guerra, possono essere trasmesse alla Prefettura le domande per assegno vitalizio dei veterani delle campagne 1866 e 1867 per l’indipendenza e unità d’Italia”.
[105]  In una lettera del sindaco Perego indirizzata il 25 maggio 1912 alla Commissione per gli assegni ai veterani di guerra è indicato il nome di Colzani Fortunato.
[106]  Ibidem, dal Comune di Brenna alla Prefettura di Como, Brenna 15 agosto 1911.
[107]  Ibidem, lettere inviate dall’on Giulio Padulli al segretario comunale Consonni il 4 agosto e 9 novembre 1912.
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