S1 – da Avanti Cristo al 1106

S1 – da Avanti Cristo al 1106

Scritto di GIANCARLO FRIGERIO
(integrazioni di Dino Ballabio)

DALL’ETA’ PIU’ ANTICA AL BASSO MEDIOEVO

ORIGINE DEI NOMI

Il toponimo Brenna ( fino al 1722 era Brena ) ha sempre suscitato interesse negli studiosi al fine di individuarne l’etimologia originaria.

Alcune ipotesi proposte sono abbastanza fantasiose, anche perché enunciate prima che la paletnologia, ossia l’archeologia preistorica, ricostruisse le fasi dello sviluppo delle diverse culture e civiltà che si sono succedute nel nostro territorio anteriormente alla conquista romana.

A titolo di esempio, ecco quanto scriveva Ignazio Cantù. [1]

“Circa quattro secoli avanti Cristo, i Galli guidati da Belloveso, superarono gli Etruschi; si fermarono nelle nostre terre, scompartiti probabilmente in due regioni, a capo delle quali erano Brenna, nel distretto di Cantù, e Brenno in quello di Erba“.

Il toponimo Brenna ha quasi sicuramente una origine celtica latinizzata in brennus derivato da bren o bran, collina o altura, che ben si adatta all’orografia del sito compreso a est tra la ripida ascesa della Val Sorda e all’opposto dal vallone che separa Brenna da Olgelasca.

Del resto nel territorio la radice brenn è abbastanza diffusa: oltre a Brenno, già citato per la zona di Erba, Breno in Cantone Ticino e Brenno presso Arcisate, in provincia di Varese. Inoltre lo stesso nome di Brianza richiama la stessa radice celtica.

C’è un particolare importante, che accomuna Brenna agli altri insediamenti, legati al nome di Brenno: l’esistenza di un luogo sacro in un bosco.

L’antichissima chiesa di sant’Adriano d’Olgelasca si trova ad un miglio dal paese, in una zona agricola: con buona probabilità, a carattere boschivo nell’antichità.

La scelta di questa posizione decentrata è stata attribuita ad una tradizione di continuità nella venerazione di un “recinto di terreno sacro”, da parte della gente del luogo.

Essa fu considerata tale nell’epoca cristiana, anche come eredità di più antiche funzioni nell’ambito religioso: sono state trovate tracce d’epoca medioevale, paleocristiana, romana e preromana. [d1]

Dal toponimo originano anche i cognomi Brenna e Brenni, il primo più diffuso nel comasco mentre il secondo è presente nel varesotto e mendrisiotto.[2]

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[1] Tratto dalla riedizione del volume di Ignazio Cantù, Guida pei monti della Brianza e per le terre circonvicine, Milano 1837, pubblicata a Como nel 1998.
[2] Ottavio Lurati, Perché ci chiamiamo così, Lugano 1990, p.147
[d1] Oleg Zastrow “La chiesa di sant’Adriano a Olgelasca di Brenna” Comune di Brenna – 1987, pag. 24
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Olgelasca richiama invece un’origine più antica legata al suffisso asc- e collegata al periodo antecedente alle invasioni galliche, probabilmente connessa alle precedenti popolazioni di stirpe ligure.[3]

Singolare è la presenza della stessa radice nel toponimo Olgiasca, frazione di Piona, importante luogo di estrazione del marmo bianco di Musso, ampiamente utilizzato sin dall’epoca romana e fino agli inizi del XX secolo per attività di edificazione, fra cui la costruzione del Duomo di Como.

Per Pozzolo l’etimo è di più recente origine e si può far risalire al Medioevo, legato al fattore acque.

E’ citato in un documento del 1133.[4]

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[3] Giorgio Luraschi,Comum oppidum, in RACcomo f. 152/55 ( 1970-73 ), pp. 281 ss.
[4] Mario Corbetta- Arnaldo Martegani, in Storia di Mariano Comense, volume I, p. 14
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Allo stato della documentazione sino ad oggi conosciuta sono le ipotesi che riteniamo più attendibili.

I RITROVAMENTI PIU’ ANTICHI AL CONFINE DEL TERRITORIO DI BRENNA

Il territorio della Brianza ha subito molte trasformazioni nel corso degli ultimi ventimila anni “gran parte delle principali cerchie moreniche si è formata durante la massima avanzata dei ghiacci alpini tra 18.000 e 15.000 anni fa, per l’accumulo di enormi quantità di rocce e fango provenienti dalle zone montane “[5].

Prevaleva a quei tempi la steppa, ad erbe e cespugli radi e nelle zone più favorevoli, alberi a piccoli gruppi o esemplari isolati ( larice e pino montano, salici, betulle ). “ Infatti cadeva poca acqua nel corso di un anno, circa la metà di quella attuale e la temperatura media d’estate era di circa 4° C più bassa“.[6]

Verso i 15.000-14.000 anni fa l’aumento di temperatura impresse un cambiamento dell’ambiente con uno sviluppo della vegetazione che a partire dall’8.000 a.C.. occupò l’intero territorio della Brianza, con la crescita di frassini e olmi in mezzo a grandi distese di querce, tigli e aceri.

Al limite delle foreste gli stambecchi ed i camosci vennero sostituiti da mandrie di cervi mentre i cinghiali si aggiravano nel sottobosco ricco di ghiande.

In questo periodo, noto come Epipaleolitico, l’uomo era ancora cacciatore – raccoglitore” legato alla caccia degli animali selvatici e accumulava per superare i lunghi inverni “ghiande di quercia, nocciole, bulbi, chicchi di graminacee spontanee” che conservava” insieme a carne e pesce essicati e/o affumicati“.[7]

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[5] Lanfredo Castelletti, in Storia di Mariano Comennse, volume I, p. 9
[6] Lanfredo Castelletti, in Storia di Mariano Comense, volume I, p. 9
[7] Lanfredo Castelletti, Storia di Mariano Comense, volume I p. 110
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Sui terrazzi del Terrò, nel territorio di Mariano Comense, non molto lontano dal territorio di Brenna, le ricognizioni di Renato Bellotti hanno portato alla luce selci lavorate attribuibili, seppur con qualche cautela, al mesolitico ( 8.000 – 4.500 a.C. ).[8]

Meglio documentata è la successival fase del Neolitico, con l’arrivo di nuove popolazioni nel territorio marianese: Cascina Bellotti, località Belvedere e Riviera [9].

I ritrovamenti presentano manufatti in selce, tra cui punte di freccia e oggetti in pietra verde ( asce, accette e un levigatoio )[10] che documentano l’occupazione dei siti durante l’arco cronologico che va dalla seconda metà del V millennio a.C. sino al IV millennio a.C., definito dagli archeologi come “ facies dei vasi a bocca quadrata”.

Data l’assenza di ceramica, si ipotizza che non fossero insediamenti stabili ma piuttosto testimonianze di una loro frequentazione episodica da parte delle popolazioni neolitiche.

Non è da escludere che ulteriori ricerche possano modificare queste prime indicazioni.

Interessati da queste popolazioni probabilmente erano tutti i terrazzi, ricchi di acque, che spaziano sino a Brenna, limitati a occidente dal Terrò e a oriente dalla Val Sorda.

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[8] Andrea Pessina, Storia di Mariano Comense , volume I, p. 46 e fig. 5, nn. 1,13,14
[9] Località indicate con i numeri 1a), 1b) e 2 .nellla Carta allegata al volume primo della Storia di Mariano Comense.
[10] Andrea Pessina, Storia di Mariano Comense, volume I, p.37 (fig.2), pp. 42-43 (figg. 6,7)
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I periodi successivi, età del rame e del Bronzo, sono poco documentati nel territorio se si eccettua l’insediamento palafitticolo scoperto nel 1918 nel lago di Montorfano, in località Cariggiolo, durante lavori per l’estrazione di torba .[11]

Più diffuso il popolamento durante l’età del Ferro ( primo millennio a.C. ) documentato da tombe a cremazione, a Cantù ( via Ginevrina da Fossano ), Capiago Intimiano ( loc. Cascina Pelada ), Montorfano ( loc.il Guasto ), Senna Comasco ( loc. il Gaggio)[12] e Mariano Comense.[13]

Sono databili all’arco di tempo che va dal VII al V secolo a.C.

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[11] Giovanni Baserga, Scoperta di una palafitta sul lago di Montorfano, in RAComo f. 78-81( 1919-21 ), pp. 3 ss;
Giancarlo Frigerio, in Storia di Capiago Intimiano, volume I, Como 1981, pp. 37-46
[12] Per questi ritrovamenti si rinvia a Giancarlo Frigerio in Storia di Capiago Intimiano,volume I, pp. 46-69
[13] Giovanni Baserga, Tombe della prima Età del ferro a Mariano Comense, a cantù,Ca’ Morta e Lora, in RACOmo
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OLGELASCA -TOMBA DEL PERIODO DELLA ROMANIZZAZIONE

Nel 1960 in frazione Olgelasca al mappale 346/e di proprietà del signor Paolo Proserpio durante i lavori di scavo per un condotto di scarico venne alla luce, al limite di una piccola ripa, materiale appartenente ad una o più tombe risalenti al periodo della romanizzazione.

Ubicazione tombe romane Olgelasca   ubicazione tombe  

Parte del materiale andò, purtroppo, distrutto e non è ricostruibile come il materiale fosse deposto nelle sepolture.“E’ possibile solo dire che si trovava a circa un metro di profondità e che superficialmente, nell’effettuare i normali lavori agricoli, il proprietario del fondo ricorda di avere più volte rinvenuto pietre squadrate”. [14]

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[14] Cesare Piovan, Ritrovamenti e ricognizioni dall’Appianese al Canturino, in RAComo f. 150-51 (1968-69 ), p. 244.
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Il materiale conservato è il seguente:          visione generale

 

 

a) vaso a trottola di forma leggermente lenticolare schiacciata con collo a nastrino

(Dimensioni: h cm 18,5; largh. cm 18,5; piede cm 7,00 );       reperto4

b) vaso con decorazioni a solcature oblique
(dimensioni h cm 9,00; bocca cm 12,00; piede cm 8,40):
reperto3          reperto3a     reperto3b      reperto3c
c) vasetto accessorio
( dimensioni: h cm 7,5; bocca cm 4,7 ; base cm 2,3 );
reperto1        reperto1a
 
 d) vasetto accessorio
(dimensioni: h cm 6,00; bocca cm 4,2; base cm 3,00);
reperto5a        reperto5b
e) frammento di un vasetto accessorio

reperto2          reperto2a     reperto2b

f) lama in ferro

( lunghezza cm 21,7 ).

pezzo di metallo

La tomba è di tipo a cremazione e databile al II – I sec. a.C..

L’elemento più significativo del corredo è il vaso a trottola, un contenitore per il vino, che si diffonde nel Comasco, Cantone Ticino, Verbano e Lomellina [15] a partire dal periodo La Téne C2 e soprattutto nel La Téne D: i limiti cronologici sono rappresentati dall’età augustea ( metà del sec. I a.C) quando nell’area comincia a diffondersi l’olpe, vaso da vino ma con ansa che permetteva di meglio versare il contenuto.

Nella necropoli della Mandana di Capiago Intimiano, scavata dalla Società Archeologica Comense negli anni 1969-72 la tomba 22 a cassetta di embrici ma con lastre di pietra sul fondo, databile alla fine del i sec. a.C., presenta nel corredo un vaso a trottola di produzione locale e tre olpi di tradizione centro italica.
Quindi una fase ormai totalmente romanizzata [16].

I ritrovamenti più significativi nell’area territoriale, anche come numero di oggetti recuperati, nell’area territoriale sono quelli Mirabello di Cantù risalenti alla fase della romanizzazione e che si collegano alla tomba di Olgelasca.

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[15] Andrea Marensi, La ceramica comune come indice di acculturazione? Alcuni esempi nord italici, in Le popolazioni dell’Italia Antica e la loro continuità culturale e istituzionale sotto il dominio di Roma, in Atti del Seminario- Biassono 20 settembre 2003, Biassono 2004, pp.48- 49. Nella carta di distribuzione del vaso a trottola tra Lombardia e Piemonte Orientale l’esemplare di Brenna è indicato con il n. 52.
[16] Elena Vassalle,La necropoli romana della Mandana di Intimiano, in Storia di Capiago Intimiano, volume III ( 1983 ) p. 150; Maria Teresa Grassi,La romanizzazione degli Insubri, Celti e romani in Transpadana attraverso la documentazione storica e archeologica, Milano 1995. p…
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Lo scavo della necropoli avvenuto nel 1988 ha portato al recupero di una tomba abbastanza integra e di altre sconvolte dai lavori relativi ad un vivaio [17]: sono datate all’arco di tempo che va dal II alI sec. a.C.

Importante è anche il ritrovamento effettuato ad Alzate nella Villa al Soldo nell’inverno 1877-78 che mise in luce varie tombe formate da embrici di grandi dimensioni e contenenti ciascuna parecchi vasi fittili e qualche oggetto metallico.

Almeno quattro tombe vennero ridotte“ sotto i colpi delle zappe, in un mucchio di rottami[18].

L’agente dei proprietari, signori Turati, riuscì a recuperare oltre ai resti ceramici, un frammento di vaso in bronzo, sei o sette frammenti di fibule a doppio vermiglione di schema la Téne ( fig…..n.18 ), due monete, una d’argento e l’altra di bronzo.

Una quinta tomba, anch’essa ad incinerazione, fu scavata dal Castelfranco il 9 ottobre 1878: “una specie di cassa,chiusa da tutte le parti, e formata da embrici ad orli rilevati ( tegulae, e rinforzata nei nei due capi da altri embrici e qualche altra grossa lastra di pietra“.

La lunghezza totale di quel manufatto era di circa m, 1,70 e la larghezza di m. 0,55; ma la tomba quadrangolare misurava solo 85 cent. di lunghezza per cui il prolungamento di rinforzo era all’interno di circa 40 cent. per ciascun lato .”. della tomba vi erano otto vasi, tra cui un’olpe, un coltello ed una cesoia entrambi in ferro“.

La disposizione degli oggetti è riportato al n. 1 della fig… Sulla parete esterna di una coppa a basso piede ( n.8 della fig…. ) è graffita l’iscrizione “ vitilios “ in caratteri leponzi.

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[17] Si rinvia al catalogo della mostra “Archeologica a Cantù, dalla preistoria la medioevo”,Como 1991, edito dalla Società Archeologica Comense: contiene, da p. 29 a p. 76 articoli di Matilde De Angelis d’Ossat, Fulvia Butti Ronchetti, Laura verga,Cristina Dellacà, Anna Mazzola, Chiara Niccoli da p. 29 a p. 75
[18] Pompeo Castelfranco,Tombe gallo-italiche trovate al Soldo preso Alzate Brianza, in BPI, anno V, 1879, pp. 6 ss.
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Importanti le monete ritrovate:
a) dramma padana in argento ( fig,…, n 17 ) con la scritta “Rikoi”, forse coniata a Milano dopo la stipula del foedus con Roma;[19]
b) asse unciale romano in bronzo: sul diritto doppio profilo di Giano bifronte e sul rovescio la prora di una nave con la scritta Roma.

Le monete sono databili tra la fine del II sec. a.C. e l’anno 89 a.C.

Quindi possiamo supporre che l’area territoriale di Brenna – Olgelasca e quelle circostanti fossero occupate da piccoli insediamenti di popolazione indigena ormai in fase di romanizzazione dopo la conquista avvenuta nel 196 a,C, da parte del console Marco Claudio Marcello di Comum oppidum e la resa dei ventotto castella. [20]

I romani comunque non soppiantarono, pur con la deduzione in due diverse fasi di ben ottomila coloni – tra l’89 e il 59 a.C., l’organizzazione territoriale precedente: di alcune di queste popolazioni sono riportate in alcune epigrafi i relativi nomi, quali i Braecores Gallianates, citati nell’ara ritrovata a Galliano.

Il luogo di Galliano dovette quindi rapppresenatre sin dall’epoca preromana un’importante sede di culto per l’area della Brianza, incluse Olgelasca e Brenna.

Inoltre a Cantù nel fondo Viganò nell’anno 1878, in un contesto di circa 60 tombe romane, elementi di corredo gallico e monete in argento repubblicane della gens Porcia ( 101 – 89 a.C )e Acilia (134 – 34 a.C. ) [21].

Ovviamente le date indicate per le monete sono dei termini solo iniziali perché la circolazione e la tesaurizzazione dei denari d’argento proseguì sino alla proclamazione dell’impero da parte di Augusto.

Ci auguriamo che future scoperte, conesse ad un maggior controllo delle fasi inziali di scavo collegate all’attività edificatoria, possano fornire ulteriori elementi per la conoscenza dell’ insediamento romano di Olgelasca.

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[19] Leopoldo Pozzi, in Indice Numismatico della Rivista Archeologica Comense,Como 1993, p. 18
[20] Giorgio Luraschi,Comum oppidum cit.,p.273
[21] Leopoldo Pozzi,Indice numismatico cit.,pp. 33-34; Stefano Maggi, L’insediamento romano nel territorio di Comum,in RAComo, f. 164 ( 1982 )p. 146
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IL PERIODO ROMANO
Poche sono le testimonianze relative all’epoca romana.

Il territorio di Brenna è interessato da tracce di centuriazione, ossia della divisione delle terre coltivabili.

Secondo il Sartori[22] “… la via tra Vighizzolo e Brenna si snoda con alcune deviazioni ad angolo che campiscono, con l’attraversamento perpendicolare di una carrareccia agricola due centurie: il sistema è orientato secondo le stesse coordinate di un cardo ad oriente di Brenna ( da località Pozzolo verso nord per due km.)…”

La centuriazione consiste in una divisone delle aree, principalmente pianeggianti, in appezzamenti regolari secondo linee perpendicolari.

Questi interventi erano simili ad un moderno piano regolatore con la realizzazione di lavori idraulici, disboscamenti, messe a coltura di aree incolte, sistemazioni di reti viarie, costruzioni e ristrutturazione di aree e di insediamenti urbani. [23]

Centuriazione Olgelasca   centuriazione località Olgelasca
Il termine centuriazione deriva da centuria, ossia appezzamenti quadrati di 200 iugeri romani, pari a 50 ettari ( ossia 50.000 mq. ), assegnati in origine a 100 persone: quindi ad ogni colono spettavano inizialmente 2 iugeri ( circa 1000 mq ) di terreno.
La parte tecnica di divisione era svolta dagli agrimensori romani che analizzavano la zona nella morfologia e determinavano l’orientamento delle linee sulla base del cardo e decumano del centro principale; per il nostro territorio l’orientamento era legato alla città di Como.

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[22] Antonio T.Sartori, I confini del territorio di Comum in età romana, in Atti del Centro Studi e Documentazione sull’Italia Romana, I (1967-68 ) pp. 283-84.
[23] Fulvia Butti, in Storia di Mariano Comense., volume I, p, 58
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Ovviamente le popolazioni di Brenna, Olgelasca e Pozzolo gravitavano per i rapporti quotidiani più che sul municipium di Comum sui vicini centri di Marianum e di Canturium.

In quest’epoca Olgelasca costituiva certamente l’agglomerato principale essendo situato sul percorso viario che da Mariano conduceva verso Cantù da una parte e verso Montorfano dall’altra.[24]

Inoltre l’area a sud di Como era interessata – tra la fine del I e gli inizi del II sec. d.C. – da terreni di proprietà di Plinio il Giovane, ereditati dal padre e confinanti con le proprietà di Verginio Rufo, suo tutore, che però si trovavano al di là del territorio comense e quindi nel municipio milanese.

Si suppone che il centro dei possedimenti pliniani fosse Fecchio [25] e che il latifondo comprendesse anche le contigue aree pianeggianti e fertili di Brenna.

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[24] Si veda più avanti a p….
[25] Fulvia Butti, Storia di Mariano comense, volume I., p. 65
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IL CIPPO ROMANO DI POZZOLO DI SOPRA
GAZZETTA UFFICIALE DEL REGNO D’ITALIA
ANNO 1875 ROMA SABATO 11 SETTEMBRE NUM. 212
Archeologia. – Leggiamo nella Lombardia del 6 corrente:

Il rev. parroco di Brenna, don Antonio Daverio, ha testè fatto
dono al Museo Patrio di Archeologia di un cippo con iscrizione dell’età
romana, di lui discoperto a Pozzolo Superiore, frazione del
suddetto paese di Brenna, cedendo con cortese premura il suggerimento
datogliene dal chiarissimo prof. cav. Biondelli, direttore
del Gabinetto numismatico e membro della Consulta archeologÍca,
al quale ebbe occasione di mostrarlo.

INIZIATA RICERCA
TI GIRO L’E-MAIL CHE MI HA INVIATO LA SIG.RA LATTANZI.
Gentile Signora Capra,Le comunico i risultati della mia ricerca:
L’ingresso in Museo del cippo viene registrato nel 1875 al n° 2373 del catalogo del Museo Patrio di Archeologia.
Le trascrivo la registrazione:
$1·”2373: Cippo in serizzo dell’età romana con iscrizione corrosa e inintelligibile, Dono, 26 Agosto 1875, Iscrizioni, Proprietà municipale. Dono del sac.e don Ant.o Daverio, Parroco di Brenna in Brianza.”
Ho poi controllato il Bollettino della Consulta archeologica del Museo storico artistico di Milano, Anno II, fasc. 3, 1875, p. 3, dove, fra gli “Oggetti pervenuti recentemente al Museo Archeologico” si legge:
$1·Cippo con iscrizione latina dell’età romana, trovato a Pozzolo Superiore, frazione di Brenna (Brianza). Offerto dal reverendo parroco di Brenna, don Antonio Daverio.
Ho chiesto notizie alla Dottoressa Zoia, collaboratrice del prof. Sartori, che, ad oggi, segnala il suo mancato riconoscimento tra i materiali epigrafici conservati presso il Museo.
In mancanza di ulteriori dati, quelli al momento in nostro possesso sono insufficienti all’identificazione del reperto.
Cordiali saluti,
Emilia Lattanzio
CIAO
Elena
L’ARA ROMANA DI OLGELASCA

Riferendoci al periodo imperiale romano non abbiamo altri ritrovamenti ad eccezione dell’ara proveniente da Olgelasca, secondo fonti orali ricordate da Antonio Giussani [26] .

Attualmente si trova a Mariano Comense, in via Como, lungo il margine destro della strada provinciale che conduce a Cantù, poco prima della rotatoria della strada novedratese.

collocazione ara romana

Si tratta di un’ara in sarizzo di modeste dimensioni ( cm 62 x 48 x 29 ) grossolanamente lavorata che serve come basamento ad una rozza colonna in pietra, del diametro di circa cm 20 e alta quasi m 2,60, coronato da una croce in ferro.

foto ara romana Olgelasca

Il monumento si presenta corroso e l’iscrizione che vi era stata scolpita è andata distrutta in gran parte causa la nicchia scavata e chiusa con un telaietto in ferro in cui i devoti inserivano lumini e ceri.

Fa parte di quei monumenti, posti al centro di un trivio o di un quadrivio stradale, attorno al quale i fedeli erano soliti radunarsi per recitare l’orazione serale collettiva introdotta da San Carlo Borromeo nel 1572 in occasione della peste.[27]

L’ara risale al III sec. d.C. ed è stata ben studiata da Fabio Resnati, [28] pur con le difficoltà connesse al reimpiego del monumento e all’usura cui la scabra superficie è stata sottoposta da parte di agenti atmosferici e gas di scarico.

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[26] Antonio Giussani, Cippo romano a Mariano Comense, in RAComo, 1907, pp. 162-65.
[27] Notizie tratte da A. Merati e riportate da Fabio Resnati, Le iscrizioni latine di MarianoComense,in Storia di Mariano Comense, vol. I. Mariano Comense 1999, pp. 123-124.
[28] Fabio Resnati, Storia di MarianoComense.volume I, pp. 123- 129.
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Il testo orginario è stato così ricostruito, sulla base di sei linee iscritte.

 

FIGURA     figura ara romana Olgelasca
( a Giove, Mercurio ( ? ), Venere vittoriosa Crispiano ( ? ) e Marcellino con i loro cari )

 

Quindi due dedicanti che celebrano il culto di una triade divina.

L’incerto Cri / spian / us è raramente presente nel mondo romano e non è conosciuto in Cisalpina al contrario dell’assai diffuso Marcellin( us ).

Insolita è la triade divina “in Cisalpina, in particolare, una dedica a Giove, Mercurio e Venere non è mai attestata nè mi risulta lo sia altrove”.

Questa assenza di possibili confronti costituisce dunque un ulteriore elemento che induce alla cautela nel considerare definitiva l’integrazione proposta….per quanto attiene la linea 2 [29] e quindi la dedica a Mercurio”.

Molto diffuse erano in Cisalpina le dediche a Giove in e nell’intero mondo romano mentre più rare sono le attestazioni del culto di Venere vincitrice o vittoriosa.

Il Resnati conclude il suo importante studio ipotizzando, seppur con un po’ di azzardo che “il lapicida abbia ricevuto in origine una commissione in cui due individui, membri di una comunità o di una familia non meglio identificata, oppure altrove segnalata in un’area sacra, dedicavano il monumento a Veneri Victrici, salvo poi richiedere in un secondo momento, per qualche ragione a noi ignota, l’estensione della dedica ad altri dei, o al solo Giove,come la pietra sembra indicare con maggior evidenza.“ [30]

 ________________________________________________________________________________[29] Fabio Resnati, Storia di Mariano Comense.volume I, p. 126.
[30] Fabio Resnati, Storia di Mariano Comense, volume I, p. 126-27.
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 Attraverso questo documento epigrafico conosciamo quindi i nomi più antichi , sicuramente Marcellino e forse Crispiano, di abitanti romani che vissero a Olgelasca nel III secolo d.C.

L’ara documenta quindi la persistenza del paganesimo nella nostra zona e conferma che la diffusione del cristianesimo nelle aree rurali dell’ Italia settentrionale non fu molto intensa prima del IV secolo d.C.

Un’azione metodica del clero si farà sentire con Sant’Ambrogio ( vescovo dal 374 al 397 d.C. ) e dopo la sua morte.

Solo nel V secolo si hanno infatti le prime testimonianze archeologiche di una presenza positiva del cristianesimo anche nelle campagne, come è documentato dalle epigrafi cristiane ritrovate a Galliano, la più antica risalente al 466 d.C. [31]

Tendenza che proseguirà nel secolo V con l’ormai generalizzata diffusione della nuova religione anche nelle campagne.

Con la caduta dell’impero romano ( 476 d.C. ) anche il territorio di Brenna seguì le vicende dell’area brianzola con il regno Goto e la riconquista Bizantina a seguito delle guerra ( 535 – 553 d.C. ) che sconvolse il territorio lombardo.

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[31] Ugo Monneret de Villard,Iscrizioni cristiane della Provincia di Como anteriori al secolo XI, in RAComo f. 65-66
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IL PERIODO ALTOMEDIEVALE

Poche sono le anche notizie relative al territorio di Brenna durante la fase altomedievale.

Si ha notizia che Cantù con altre terre limitrofe, tra cui forse Pozzolo, sia stata dichiarata “Corte reale “ con decreto di Papa Gelasio sin dal 483 d.C.

Pressoché assenti sono le testimonianze archeologiche documentate nel territorio relative al periodo longobardo ( dall’invasione del 568 alla conquista di Pavia nel 774 ad opera di Carlo Magno ), se si esclude un frammento di peso da telaio ritrovato a Mariano Comense, in località Fontanone, purtroppo fuori da un contesto stratigrafico. [33]

Dagli atti notarili dell’ XI e XII secolo è però documentata la presenza delle diverse nazioni per la stesura degli atti notarili, soprattutto di compravendita: compaiono davanti al notaio persone che si dichiarano di legge romana o longobarda o salica. [34]

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[33] Giancarlo Frigerio, in Storia di MarianoComense,volume I, p. 131
[34] Per gli atti relativi a Olgelasca e Brenna si rinvia a Mario Corbetta – Arnaldo Martegani,Storia di una pieve nelle carte dei secoli X-XI, Mariano Comense,in Raccolta della Società Storica Comense , vol.XVIII, Como 1986
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Nel periodo post carolingio la Brianza faceva parte del Contado della Martesana, con capoluogo da alcuni ipotizzato in Castelmarte anche se nel basso medioevo ( almeno dal XIII secolo ) il vicariato del contado risiedeva a Vimercate.

Si ritiene che la Martesana includesse pure la pieve di Galliano anche se un documento del 904 testimonia che Galliano trovasi in “ finibus Comensibus “, ossia nel territorio di Como.

Un indizio che segnala come nell’area canturina – e quindi a Brenna – non fosse ancora arrivata la giurisdizione civile di Milano, che successivamente avrebbe coinciso con i confini delle diocesi. [35]

Verso la fine del primo millennio si affermò l’economia chiusa di tipo curtense e di autosufficienza.

Si ebbe un inaridimento dei traffici e l’isolamento produttivo limitò la circolazione monetaria a beneficio dei beni in natura prodotti a livello locale.

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[35] Mario Mascetti, Albiolo, 2006, pp. 46.47
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Le terre di Olgelasca e in parte di Brenna furono sottomesse al controllo del Monastero di San Vittore di Meda come viene documentato nel successivo capitolo,

Elementi della struttura feudale si trovano nell’albergaria [36] riservata alla badessa di San Vittore di Meda che si avvale della collaborazione di sottoposti, quali il gastaldus ed il villicus. [37]

Ignota è però la data d’origine della signoria del Monastero di Meda su Olgelasca anche se si può supporre una tradizione iniziale di donazioni anteriore alla fine del primo millennio, ai tempi della parcellizzazione delle istituzioni locali.

I contrasti tra Como e Milano per una supremazia sul controllo dei traffici, portarono alla guerra decennale che tra il 1118 e il 1127 coinvolse il territorio da loro controllato e che si concluse con la sconfitta di Como e la distruzione delle mura antiche (27 agosto 1127 ).

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[36] Nel medioevo l’albergaria corrispondeva alle pretese di essere accolti con ogni riguard, alloggiati e sfamati, compresi di seguito e cavalcature. Per i sovrani e i potenti riguardava anche il seguito di truppe.L’albergaria hacostituito nell’Europa medievale il supporto principale alle formazioni statali caratterizzata dal prevalere di un’economia scarsamente monetizzata, dalla sottomissione del ceto contadino a domini locali.
[37] Mario Corbetta – Arnaldo Martegani, Storia di Mariano, volume I,p.145
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Per l’area di nostro interesse sia le pievi di Incino , di Mariano e di Galliano si schierarono dalla parte dei milanesi.

Cantù venne devastata dai comaschi nel 1124, che si rivolgono per aiuti di Milano.

Nel 1123 i Comensi dopo aver incendiato Vighizzolo vengono fermati dai Milanesi e dai canturini a Vighizzolo.

Nulla sappiamo di Brenna ma un suo schieramento pro Milano è plausibile.

Le vicende che coinvolsero i comuni lombardi nelle lotte con Federico Barbarossa si conclusero nel 1183 con la pace di Costanza che sancì l’autonomia delle comunità cittadine lombarde.

Di questo periodo di lotte i documenti ( 1147 ) ricordano una villa Augelasca dotata di fossatum.[38]

Strutture fortificate ( castrum ) sono citate sia per Brenna che per Pozzolo. [39]

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[38] Mario Corbetta – Arnaldo.Martegani, Storia di Mariano Comense, volume I, p. 63
[39] Si rinvia all’articolo di Antonio Battaglia a p….
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LA STRADA TRA MILANO E COMO

Diversi erano i collegamenti che univano Como a Milano, diventati sempre più importanti con il trasferimento della capitale dell’ impero a Milano (286-402 d.C.) ed i problemi connessi alla difesa del limes sull’asse Reno- Danubio a partire dal III sec. d.C.

Secondo il Mirabella Roberti [40] due erano i collegamenti principali:
– lungo il corso del Seveso, la Milano – Lentate – Como
– la Milano – Carate Brianza – Cantù, attraverso le diramazioni su Mariano e Giussano.

A questo proposito assume particolare importanza il miliario reimpiegato nella basilica di Agliate e il toponimo cascina Miè a Giussano.

Più articolati i tracciati ipotizzati da Stefano Maggi. [41]

Le diverse ipotesi sono riportate nelle figure…..

La scoperta dell’abitato romano in località Fontanone e il ritrovamento agli inizi degli anni ’90 di un selciato antico che dalla via Ronco Grande si dirige verso la cascina Mirabello e la cascina Settuzzi, seppur tagliato dalla provinciale Novedratese, per giungere a Olgelasca. [42]

La frazione brennese era quindi un nodo della viabilità che proveniva da Mariano e che si collegava verso Como alla strada che da Lecco attraverso Erba conduceva alla città.

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[40] Mario Mirabella Roberti, Storia di Monza e della Brianza, vol IV, Milano 1976, Tav.I
[41] Stefano Maggi,La via Mediolanum-Comum,in “ L’Antica Via Regina “, Como 1995; si veda anche Giancarlo Frigerio- Michele Mauri in Storia di Mariano Comense, volume I, pp. 151 ss e la bibliografia ap. 157..
[42] Giancarlo Frigerio – Michele Mauri, in Storia di Mariano Comense,volume I, pp. 154-55 e fig. 12
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Da considerare, a livello locale, anche la Val Sorda, in cui sono stati individuati i toponimi pilastrello e Cascina Guardia.

Inoltre tra le carte del Monastero di San Vittore di Milano, detto Maggiore, alcune pergamene citano al località “ in miliario “ , testimoniando la presenza di un segnale stradale di epoca romana.

I documenti risalgono all’agosto 1115 e al maggio 1197. [43]

Le ricerche di Mario Corbetta e Arnaldo Martegani hanno portato alla luce un nuovo atto notarile del 1437 che documenta l’esistenza di una “Strata valles Surde”, definita strada maestra in quanto dichiarata tratto del percorso Milano-Como.

Nell’atto si cita che a fondo valle la strada si dipartiva in due tronchi, uno a sinistra verso Como e l’altro a destra verso Incino.

La strada era protetta da argini in pietra, che forse indiziano un’ origine più antica.

Evidenti trati dell’antico percorso, con pietre accuratamente collocate, sono ancora visibili nella piana sottostantre Cremnago presso la cappella dei morti della peste, nonché nella piana sotto Fabbrica Durini fino alla Cascina Carbusate in direzione di Como“. [44]

La ricerca su questi tracciati è tuttora da approfondire e soprattutto da salvaguardare nella loro struttura ai fini di un loro recupero ambientale.

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[43] Fondo religione, Monastero Maggiore, cartella 485: Ia n. 57/A, IIa n. 112. La segnalazione è stata di Umberto Mauri e Luigi Perego
[44] Mario Corbetta – Arnaldo Martegani, Carte della Brianza, in Archivio Storico lombardo, a.133 ( 2007 ) pp.199-231.
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