S2 – dal 1106 al 1306

S2 – dal 1106 al 1306

Scritto di STEFANIA DUVIA
( integrazione di Dino Ballabio )

OLGELASCA, BRENNA E POZZOLO NELLE PERGAMENE DEL MONASTERO DI S. VITTORE DI MEDA

Il monastero di S. Vittore di Meda ed il suo archivio

Il monastero di S. Vittore di Meda era un monastero benedettino femminile, che dopo la soppressione venne trasformato in residenza signorile: il complesso architettonico è attualmente di proprietà della nobile famiglia Antona Traversi, che con l’acquisto della villa (1836) divenne anche proprietaria dei documenti che costituivano l’archivio del monastero.

I documenti appartenenti al ricco fondo di S. Vittore, oggi parte dell’archivio privato Antona Traversi, coprono un amplissimo arco cronologico che va dal 966 al 1836: i più antichi sono in pergamena, mentre a partire dal 1328 comincia ad apparire la documentazione cartacea.

Il numero complessivo delle pergamene conservate si aggira intorno ai 3600 esemplari [1] .

Il monastero di S. Vittore di Meda non solo era il maggior proprietario fondiario presente nella località di Olgelasca[2], ovvero possedeva terre che dava in affitto ai contadini affinchè le lavorassero, ma esercitava anche diritti giurisdizionali sugli abitanti del luogo, cioè aveva il potere di imporre dei rappresentanti alla popolazione rurale e di infliggere tasse e multe a quelli che risiedevano sul territorio, anche nel caso che costoro non fossero affittuari del monastero.

Queste prerogative, proprie della signoria territoriale, si riassumono nella formula honor et districtus.

L’ente ecclesiastico aveva anche alcuni interessi patrimoniali a Brenna e a Pozzolo.
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[1] Ringrazio vivamente il conte Luigi Antona Traversi per avermi concesso l’opportunità di consultare il fondo di S. Vittore e per la sua cortese e competente disponibilità durante tutte le fasi della ricerca. Per una recente rassegna bibliografica sul monastero di S. Vittore di Meda: A.ALBUZZI,Pergamene inedite dei secoli X e XI nell’Archivio privato Antona Traversi di Meda, in «Aevum», 70 (1996), pp. 193-194; EAD. Il tabularium delle benedettine di San Vittore nell’archivio privato Antona Traversi di Meda, in La memoria dei chiostri, Atti delle prime Giornate di studi medievali. Laboratorio di storia monastica dell’Italia settentrionale, (Castiglione delle Stiviere-Mantova, 11-13 ottobre 2001), a c. di G. ANDENNA e R. SALVARANI, Brescia, 2002, pp. 58-60; EAD., Meda 1252. Arbitrato tra monastero e comune, Meda, 2002, pp. 18-19.
[2] Tra gli altri proprietari fondiari attestati nella località si segnala la chiesa di S. Stefano di Mariano. M. CORBETTA, A. MARTEGANI, Altri documenti sulla pieve di Mariano (secolo XII), in «Periodico della Società Storica Comense», 55 (1991-93), p. 188 e pp. 199-200.
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Il mercato della terra

L’espansione territoriale del monastero di S. Vittore ad Olgelasca sembra iniziare, stando alla documentazione conservata, in un’area a cavallo tra Olgelasca e Vighizzolo, denominata in Bruzello: si trattava di una zona di confine abbastanza rilevante, in quanto segnava anche il discrimine tra due distinte circoscrizioni plebane, quella di Mariano Comense (cui apparteneva Olgelasca) e quella di Galliano (di cui faceva parte Vighizzolo) [3].

La prima traccia relativa a questa microlocalità data al 1106, quando due abitanti di Vighizzolo, Ottone del fu Marchione di Milano e sua moglie Hermiza, entrambi di legge longobarda, vendono per 31 soldi e mezzo di denari d’argento ad un uomo di Olgelasca, Formento, figlio di Giovanni detto Macario un campo di tre pertiche e mezza sito in Bruzello, in Silva Grosa [4].

La denominazione prediale Silva Grosa sembra rimandare ad una consistente area boschiva, probabilmente trasformata solo da poco in appezzamento coltivato.

Questo stesso campo nel 1114 viene ceduto al monastero di S. Vittore da Formento, insieme alla moglie Divitia, e al padre, Giovanni.

In questo frangente si specifica che il terreno è attualmente coltivato da un certo Domenico detto Rigizonis di Vighizzolo e che chi vi lavora o vi lavorerà è tenuto a corrispondere alle monache di S. Vittore due staia di segale e due di panìco ogni anno, a titolo di affitto [5].

La donazione viene effettuata per la salvezza dell’anima della defunta moglie di Giovanni, Sigiza, ma anche per il bene dell’anima dei donatori ancora in vita: si tratta in verità di un tipo di atto molto comune nell’epoca considerata, anche se spesso dietro a queste cessioni, apparentemente rilasciate agli enti ecclesiastici per ottenere meri benefici spirituali, si celava un’intricata rete di rapporti patrimoniali tra le parti in causa [6].

Proprio in questa prospettiva, è significativo incontrare, ad alcuni anni di distanza, il medesimo tipo di transazione, ovvero un acquisto con successiva cessione al monastero, da parte degli stessi protagonisti appena incontrati.

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3 gennaio 1117
“Eventi naturali”

Fortissima scossa di terremoto.
Si verificarono inoltre forti scosse di assestamento per tutto l’anno:
12 gennaio, 4 giugno, 1 luglio, 1 ottobre e 30 dicembre.
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Nel 1117 i già citati coniugi di Vighizzolo, Ottone del fu Marchione detto Bramabatalia di Milano e sua moglie Ermiza, vendono infatti per quattro soldi di denari d’argento a Formento, figlio di Giovanni detto Maccarium di Olgelasca, un campo di dodici tavole in Silvam Grossam [7] e, appena un mese dopo, Formento e la moglie donano l’appezzamento al monastero di S. Vittore, precisando che chi lo coltiverà dovrà corrispondere all’ente uno staio di segale ed uno di panìco ogni anno [8].

Risulta quindi evidente che il fine spirituale dichiarato negli atti di donazione non rende pienamente ragione delle relazioni economiche e sociali intercorrenti tra i vari attori, obiettivo che neppure la frammentarietà della documentazione superstite permette di raggiungere.

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[3] A. ALBUZZI, Vighizzolo nelle carte dell’archivio privato Antona Traversi di Meda (secolo XII), in « i Quaderni della Brianza», 151 (2003), p.12.
[4] Ivi, p. 12 e pp. 15-17.
[5] A. MARTEGANI, P. FRIGERIO, L’oratorio di S.Adriano e la signoria del monastero di Meda su Olgelasca, in «Libri e documenti», 9 (1983), pp. 13-14; Storia di una pieve nelle carte dei secoli X-XII. Mariano Comense, a c. di M. CORBETTA e A. MARTEGANI, Como 1986, pp. 15-16; ALBUZZI, Vighizzolo nelle carte cit., pp. 12-13 e pp. 22-24.
[6] C. VIOLANTE, Per lo studio dei prestiti dissimulati in territorio milanese( secoli X-XI) in Studi in onore di Amintore Fanfani, 6 voll., Milano, 1962, I, pp. 643-735; G. ROSSETTI, Motivi economico-sociali e religiosi in atti di cessione di beni a chiese del territorio milanese nei secoli XI e XII. Contributi dell’istituto di storia medioevale. Raccolta di studi in memoria di Giovanni Soranzo, 2 voll., Milano, 1968, I, pp. 349-405.
[7] ALBUZZI, Vighizzolo nelle carte cit.,p. 13 e p. 25-27.
[8] MARTEGANI, FRIGERIO, L’oratorio di S.Adriano cit., p.14; MARTEGANI, FRIGERIO, Storia di una pieve cit., pp. 17-18; ALBUZZI, Vighizzolo nelle carte cit., pp. 12-13 e pp. 28-30.
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Quel che è certo è che il monastero di S. Vittore mostra nei primi decenni del XII secolo uno spiccato interesse per ampliare il proprio patrimonio fondiario nella zona indicata.

Oltre agli atti già considerati, rileviamo infatti che nel 1112 due fratelli di Olgelasca, Giovanni e Andrea, di legge romana, donano all’ente un campo di sei pertiche in loco Brunzello, dove è detto a Silva Grosa [9], in favore dell’anima dei propri genitori defunti, Giovanni e Benedetta.

I fratelli riservano però il diritto al godimento del campo per sè e per i propri discendenti, dietro il pagamento di un canone annuo di quattro denari d’argento al monastero.

Nel 1123, invece, Bonifacio del fu Giovanni e sua moglie Ermiza donano a S. Vittore di Meda un campo di due pertiche sito “in Bruzello, ad Campum da Mirano”, per le anime dei defunti Giovanni e Pietro (si trattava probabilmente del padre e del fratello di Bonifacio): anche in questo caso i donatori mantengono l’uso del terreno per sè e per i propri eredi, dietro il pagamento di un fitto annuo di uno staio di segale ed uno di panìco [10].

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[9] MARTEGANI, FRIGERIO, L’oratorio di S.Adriano cit., p.13; MARTEGANI, FRIGERIO Storia di una pieve cit., pp. 12-13; ALBUZZI, Vighizzolo nelle carte cit., pp. 14 e pp. 18-21.
[10] MARTEGANI, FRIGERIO, L’oratorio di S.Adriano cit., p.14; MARTEGANI, FRIGERIO Storia di una pieve cit., pp. 18-20; ALBUZZI, Vighizzolo nelle carte cit., p. 13 e pp. 31-33.
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Quest’ultimo atto viene rogato in loco Breola, ovvero nei pressi di Pozzolo Inferiore, nella Valle Sorda, una località della quale altre carte di S. Vittore si interessano proprio in questo periodo [11].

Nel 1123, infatti, Domenico fu Giovanni detto Morliolo di Breola affitta per 29 anni a Breola, dove è detto in Val Sorda, in campo de Azo, un campo di una pertica ed 8 tavole [12].

L’affittuario è Adamo di Giovanni di Pozzolo, che si impegna a pagare un denaro d’argento l’anno per l’affitto e dà contestualmente al fittavolo un launechild di 26 soldi di buoni denari d’argento: il launechild, consuetudine giuridica di origine longobarda, sembra rappresentare in questo caso solamente una sorta di caparra.

Il documento in questione presenta un’interessante clausola, poichè il locatore, Domenico, promette che appena i suoi fratelli saranno in età legittima investiranno Adamo di un campo di 2 pertiche e 16 tavole contiguo a quello da lui già preso in affitto.

Tre anni dopo, invece, è lo stesso Adamo ad investire il monastero di S. Vittore, nella persona della badessa Pagana, di un campo di tre pertiche in Val Sorda e di una selva castanea di 40 tavole ove è detto in Campomalo [13].

Per trovare nuovamente nelle carte di S. Vittore di Meda la testimonianza di un gruppo di alienazioni di terre in Olgelasca dobbiamo, invece, arrivare fino alla seconda metà del XIII secolo.

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[11] ALBUZZI, Vighizzolo nelle carte cit., p. 13
[12] Meda, Archivio privato Antona Traversi, Fondo S. Vittore, Pergamene [d’ora in avanti AATMeda, SVP], 1123, febbraio
[13] AATMeda, SVP, 1126, maggio.
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29 luglio 1148
“Bolla Papale”

Da Brescia papa Eugenio III spedisce una Bolla con cui conferma a Margherita, badessa
del Monastero Maggiore di Milano, i diritti su alcune Chiese milanesi e su alcuni villaggi
come “Curtem Aroxio (con Fabbrica e Pozzolo), Cerchiate, Porlezza, Robbiate.
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Nel 1251, infatti, Marchisio da Turate fu Giovanni di Como vende ai fratelli Giacomo, Dolcetto e Forzanus, figli del fu Rodolfo di Carugo detto Gania, e al loro nipote Castelletto, figlio del fu Gerardo, otto diversi terreni per 12 lire di denari nuovi [14] (Tabella 1).

Le terre in questione sembrano concentrate soprattutto in due località, ovvero in Cerri (sic) ed in Novelledo: se il primo toponimo rimanda alla presenza originaria della quercia, il secondo si riferisce probabilmente ad un processo di disboscamento intrapreso in tempi recenti.

Tabella 1: Terre in Olgelasca vendute da Marchisio da Turate ai figli del fu Rodolfo da Carugo

Tipologia del terreno

Estensione

Toponimo

Selva o guasto

1 pertica e mezza

In Cerri

Vigna

5 pertiche

In Cerri

Campo

1 pertica e mezza

In Cerri

Selva o guasto

1 pertica

In Brugollo

Campo

8 pertiche

In Novelledo

Guasto

1 pertica

In Novelledo

Guasto

5 pertiche

In Novelledo

n.d.

1 pertica

Ad la Costam

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[14] AATMeda, SVP, 1251, marzo, 2.
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 Nel 1255, poi, uno degli acquirenti dell’atto appena citato, Forzanus fu Rodolfo, vende alla badessa Maria da Besozzo otto appezzamenti di terreno di vario tipo ed estensione, che tuttavia non sembrano corrispondere al contenuto dell’acquisizione di qualche anno prima, eccezion fatta forse per l’area incolta sita in Noveledum, che potrebbe costituire una parte dell’acquisto precedente

(Tabella 2) [15].

Forzanus dichiara di aver ricevuto per detta vendita 17 lire terziole, che in virtù dell’accordo stipulato nel 1252 tra il comune di Meda ed il monastero di S. Vittore di Meda, gli vengono pagate dal comune di Meda, tramite la persona di frate Lantelmo, della casa degli Umiliati di Pozzolo di Meda.

Tabella 2: Terre in Olgelasca vendute da Forzanus figlio del fu Rodolfo da Carugo al monastero di S. Vittore di Meda

Tipologia del terreno venduto

Misura

Toponimo

Arativo

5 pertiche

Inti(n)no

Bosco

20 tavole e 7 piedi

Inti(n)no

Prato

43 tavole e 4 piedi

Inti(n)num

Arativo

2 pertiche, 21 tavole, 8 piedi

In Zopedum

Arativo

2 pertiche e 2 tavole

In Albaredum

Bosco

20 tavole

Ad Cassinam domini Ardizonis de Sesto

Gerbo o brughiera

45 tavole e 10 piedi

In Noveledum

Selva

1 pertica

In Silva de Mussa

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[15] AATMeda, SVP, 1255, giugno 19.
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Nel 1256, invece, i fratelli Boschetto, Petraccio e Accursio Bonvasalli, originari di Seregno, ma residenti ad Olgelasca, vendono al monastero un sedime, ovvero un insediamento abitativo, nella località detta in Finasca, più due terre, una sita in Zepedo e l’altra (di 18 pertiche) in Finascho.

I venditori riscuotono 70 lire e 8 soldi terzioli, ma vengono contestualmente investiti ad massaricium ad benefaciendum di quanto appena alienato e de toto alio massaricio quod soliti tenere sunt ab illo monasterio: per tutti i beni a loro concessi in affitto debbono pagare un canone annuo di tre carri di vino, 18 staia di segale, 18 staia di panìco, 2 staia e 1 quartario di frumento, un pollo e 26 denari [16].

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[16] Seregno. Una comunità di Brianza nella storia (secoli XI-XX), a cura di G. PICASSO e M. TAGLIABUE, Milano, 1994, p. 428.
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21 ottobre 1305
Don Primo Luigi TATTI – “DEGLI ANNALI SACRI della Città di Como”

Fu scossa non solo la Città, ma anche il territorio da un terremoto con non poco spavento
dei cittadini, ma non seguì tuttavia alcun danno, o rovina degli edifici.
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 Una realtà movimentata: il signore territoriale, i comuni rurali e i conflitti locali

Le prime testimonianze sugli oneri dovuti dagli abitanti di Olgelasca al loro signore territoriale risalgono al 1192, quando è attestata la richiesta dell’ “intradega”, una tassa da pagarsi all’ingresso in carica di ogni nuova badessa di S. Vittore di Meda.

Nell’anno in questione, a titolo di intradega Domenico Gastaldo si impegna a versare alla nuova badessa, Eufemia, 3 lire terziole pro villicatione, cioè, probabilmente, per esercitare funzioni di controllo per conto del monastero [17].

Un’indicazione sul possibile ruolo dell’uomo ci viene anche dall’appellativo Gastaldus, che lo accompagna: questo termine, che lentamente va assumendo la forma di un cognome (l’esito definitivo locale sarà Castoldi), trova la sua origine nel ruolo di funzionario del signore rivestito da uno o più membri di uno stesso gruppo parentale [18].

La figura di Domenico Gastaldo si può forse identificare con quel Domenico del fu Ottone Gastaldo che nel 1201 dona a S. Vittore due terreni siti nella zona tra Vighizzolo e Olgelasca, già segnalata d’interesse per l’ente: un pezzo di terra di 12 pertiche si trova infatti ad Campum de Mirano subtus Musso e l’altro, di due pertiche, è sito invece super stricta de Bruzella [19].

L’aspetto più interessante di questa donazione è il fatto che Domenico, oltre a cedere beni all’ente religioso, si offre come converso del monastero, circostanza che ben si concilierebbe con l’esistenza di quel un rapporto preferenziale fra l’ente e l’omonimo personaggio attestato nel 1192.

Nel periodo in esame i conversi erano dei laici che vivevano presso i monasteri, per i quali potevano svolgere un’ampia gamma di servizi e funzioni, dalle più umili fino a quelle di rappresentanza: si pensi, ad esempio, che nel 1203 un altro converso di S Vittore, Mainfredo, riceve per conto della badessa Palma una promessa di pagamento da parte di Gamarto di Olgelasca, il quale si impegna a versare al monastero 18 soldi e 2 denari terzioli [20].

La cifra in questione doveva essere corrisposta per il completo pagamento di un canone d’affitto originariamente in natura (10 staia di segale), che evidentemente non era stato possibile ottenere per intero secondo le modalità previste.

Tra i conversi di S. Vittore figurava forse anche un certo Alberto da Olgelasca, che nel 1258 viveva nel monastero ( come prestinaio ) di Meda: lo vediamo acquistare un terreno a ronco sito a Meda [21].

Nella medesima circostanza in cui compare un presunto emissario del potere signorile, Domenico Gastaldo, fa capolino anche il comune di Olgelasca, che, tramite un proprio rappresentante, Arderico detto Regale, si impegna nel 1192 a pagare 9 lire terziole e mezza per l’intradega della badessa Eufemia [22].

Oltre ad Arderico, conosciamo i nomi di altri vicini di Olgelasca, che figurano in qualità di fideiussori: si tratta di Landolfo de Nave, Pietro Ostane, Landolfo de Prevede e Arialdo detto Gastaldo.

Il pagamento della tassa d’entrata, in ogni caso, non scongiura l’eventualità che la badessa di S. Vittore possa esigere dalla popolazione l’albergaria, un’imposizione nata in epoca carolingia per finanziare l’alloggio del dominus e del suo seguito, che all’altezza cronologica considerata si può ormai più genericamente annoverare tra le molteplici forme del prelievo signorile.
Nel 1196 il monastero di S. Vittore cambia nuovamente badessa e troviamo il già noto Landolfo de Prevede, il quale, insieme ad Ambrogio Macario, si impegna a corrispondere per l’intradega 9 lire terziole alla badessa Palma: i due uomini sono definiti decani, termine che entro i comuni rurali designa una forma di responsabilità che di solito precede cronologicamente la comparsa dei rappresentanti municipali per eccellenza, i consoli [23].

In effetti non è lunga l’attesa prima che si vedano comparire nella documentazione queste figure istituzionali, dato che già nel 1211 l’intradega di 9 lire terziole e mezza per la nomina della badessa Allegranza da Rho viene pagata da Guidetto detto Ostane e Formentino detto Macario, consules di Olgelasca [24].

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[17] MARTEGANI, FRIGERIO, L’oratorio di S. Adriano cit., p.14; MARTEGANI, FRIGERIO Storia di una pieve cit., p. 92.
[18] MARTEGANI, FRIGERIO, L’oratorio di S.Adriano cit., p.15.
[19] AATMeda, SVP, 1201, gennaio 24.
[20] MARTEGANI, FRIGERIO, L’oratorio di S. Adriano cit., p. 14.
[21] AATMeda, SVP, 1258, aprile 17 o 19. La data riportata dal documento (“12 ante Kalendas magii”=19 aprile) non corrisponde al giorno della settimana indicato (mercoledì, mentre nel 1258 il 19 aprile cadeva in venerdì).
[22] MARTEGANI, FRIGERIO, L’oratorio di S. Adriano cit., p.14; MARTEGANI, FRIGERIO, Storia di una pieve cit., pp. 92-93.
[23] MARTEGANI, FRIGERIO, L’oratorio di S. Adriano cit., p. 16.
[24] MARTEGANI, FRIGERIO, L’oratorio di S .Adriano cit., p. 14.
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Il monastero di Meda, dal canto suo, cercava di mantere il controllo sulla popolazione rurale tramite la nomina di rappresentanti ufficiali (spesso, come di deduce dalle forme cognominali, si trattava di parenti della badessa in carica), che potevano avere anche poteri estesi su territori più vasti di un solo comune.

Nel 1221 la badessa Allegranza da Rho nomina, ad esempio, Giacomo di Rho, Giacometto fu Aliprando da Rho e Alberto Serlotterius “ad tenendum placita et bana dandum et guadiam petendum et recipiendum et investituras faciendum et refutationes recipiendum”, ovvero affida loro l’esercizio della bassa giustizia e l’amministrazione dei rapporti patrimoniali nei confonti di tutti gli uomini sottoposti al districtus del monastero a Meda, Farga, Cimnago, Olgelasca e Nobile [25].

Nel 1233 la medesima badessa nomina invece Ottolino fu Giacomo da Rho podestà di Olgelasca e di Cimnago, località della pieve di Seveso, dietro il pagamento di un onere di sessanta soldi l’anno per ciascuno dei due luoghi: il podestà poteva trattenere per sè la metà delle multe e delle condanne pecuniare comminate, versando l’altra metà al monastero [26].

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[25] AATMeda, SVP, 1221, marzo, 9.
[26] AATMeda, SVP, 1233, febbraio, 17.
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Nella seconda parte del XIII secolo intuiamo, però, che i rapporti tra il signore territoriale ed il comune rurale di Olgelasca, ormai consolidato, non sono di pacifica contiguità, ma che l’organismo municipale cerca di affermare in qualche modo la propria autonomia decisionale.

La rivendicazione si esprime, ad esempio, platealmente nel 1281 con l’estrazione a sorte di un podestà indipendente, non scelto, nè approvato dal monastero.

L’atto di ribellione coinvolge non solo Olgelasca, dove viene nominato podestà Giacomo da Merate detto Bazarello, ma anche Nobile e Cimnago, luoghi in cui si designano altri individui alla massima carica comunale.

Davanti a quello che viene considerato dal monastero un vero e proprio sopruso, viene mobilitato il comune Milano: dinanzi ad alcuni funzionari milanesi su istanza del sindicus, ovvero del rappresentante ufficiale di S. Vittore di Meda, Anselmo Bocardo, si intima quindi ai sedicenti podestà di presentarsi in tribunale per provare la loro difesa [27].

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[27] Gli atti del comune di Milano nel secolo XII a c. di M.F. BARONI e R. PERELLI CIPPO, Milano-Alessandria 1976-1998, 7 voll., IV, p. 301.
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In realtà, nel corso di tutto il XIII secolo al monastero non mancano neppure occasioni di contrasto con i più vari interlocutori nel territorio dell’attuale comune di Brenna, circostanza del resto frequente per tutti gli enti detentori di cospicui diritti patrimoniali e giurisdizionali, data la persistenza di svariati nuclei di potere sul territorio e l’incerta ripartizione delle prerogative di ciascuno di essi, benchè sopra il contado andasse affermandosi sempre più pienamente l’autorità cittadina di Milano, cui significativamente il monastero si rivolgeva di solito per dirimere le proprie cause.

La prima lite attestata risale al 1228 ed è mossa dinanzi ai consoli del comune di Milano per una vertenza tra S. Vittore ed alcuni uomini di Brenna, probabilmente allodieri, cioè liberi proprietari: i loro nomi sono Ugone del fu Anselmo Serottoni, Bono Guidoni, Guidino Bregonzio e Ruggero de Bonabella di Brenna [28].

La controversia in atto fra le parti riguardava i prati al confine tra Brenna e Olgelasca, segnato da una valle.

Nel mese di agosto il conflitto giunse ad una fase verosimilmente decisiva: a Brenna, alla presenza di alcuni abitanti di Olgelasca, Domenico e Ottolus fu Giovanni Omiabeni e Giovannetto di Guido Stanus, il procuratore del monastero, Giorgio de Bono di Meda, mostrava pubblicamente l’avvallamento esistente tra Brenna e Olgelasca e i numerosi prati circostanti ad Ugone Serottonis di Brenna, che aveva detto “quod volebat venire ad videndum dicta prata”.

Il rappresentante del signore dichiarava che a est si trovavano i prati di quelli di Brenna, mentre gli altri appartenevano al monastero di S. Vittore .

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[28] MARTEGANI, FRIGERIO, L’oratorio di S.Adriano cit., p.15.
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Dopo la metà del secolo un’altra disputa ha invece per oggetto le rivendicazioni di Marchisio da Turate di Como, il quale nel 1267, con la forza dell’autorità degli arbitri delle cause tra Milano e Como, viene messo in possesso di una vigna con case e cassine ad Olgelasca, in Finasco [29].

La questione non si risolve in breve tempo, visto che nel 1272 abbiamo ancora uno strascico giudiziario della vertenza, che vede protagonisti i fratelli Giacomo e Abbondio da Turate (probabilmente eredi di Marchisio), ai quali con una serie di atti, gli arbitri riconoscono il diritto a prelevare l’uva, il miglio, il panìco e gli altri prodotti dell’appezzamento di terreno in questione, che misura 18 pertiche e viene lavorato da Giovanni Folzio di Romanello, che vive ad Olgelasca [30].

Il valore del prelievo previsto è stimato in 25 lire terziole, mentre si minaccia una pena pecuniaria di 50 lire terziole per i trasgressori.

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[29] AATMeda, SVP, 1267, settembre 25.
[30] AATMeda, SVP, 1272, settembre 25, ottobre 2, novembre 20 e dicembre 11. La sentenza arbitrale dell’11 dicembre è segnalata in C. MARCORA, Spoglio di pergamene dell’ex Monastero delle Benedettine in Meda (oggi casa Antona-Traversi), in «i Quaderni della Brianza», 54 (1987), pp. 64-65.
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Vera spina nel fianco del monastero di S. Vittore sono poi i debitori insolventi: nel giugno 1277 Azzone da Marnate, servitore del comune di Milano, si reca a Pozzolo insieme ad Ansaldo Aviano, giudice ed assessore del podestà di Milano, per ottenere su istanza del monastero il sequestro di alcuni beni dei fratelli Anselmo e Ruggero, figli del fu Ianuarius da Carugo.

Giunti presso la casa dei due, gli ufficiali vi sequestrano due buoi del valore di 16 lire terziole, una culdera da 16 soldi terzioli e 10 moggi di segale [31].

Il servitore del comune affida questi beni in deposito temporaneo a Giacomo di Brenna, che rappresenta il podestà di Brenna, a Guidotto da Carugo e Pietrolo detto Proenzia di Monticello, e a Giacomino da Carugo, Guidotto figlio di Pietro de Bergontio e Protasio de Bergontio, abitanti di Pozzolo.

La durata del deposito viene prevista per un determinato lasso di tempo, entro il quale si possa dar luogo ad eventuali ricorsi contro il sequestro: tuttavia, arrivati al termine stabilito, la consegna dei beni al giudice Aviano da parte di chi li custodiva non avviene.

Scatta allora la condanna da parte del comune di Milano, che il 15 luglio commina una multa di 50 lire terziole per ciascun comune coinvolto e di 25 lire terziole per ciascuna persona responsabile del mancato versamento [32].

La questione sembra concludersi il 29 luglio, quando un altro servitore del comune di Milano, Bonadeo Confalonieri, recatosi a Brenna e a Pozzolo, riceve da Giacomo di Brenna, rappresentante del podestà locale e da Giacomino da Carugo, console di Pozzolo, i due buoi e dieci moggi di cereali, parte in segale e parte in frumento [33].

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[31] Gli atti del comune di Milano cit., IV, pp. 231-235
[32] Gli atti del comune di Milano cit., IV, pp. 237-238.
[33] Gli atti del comune di Milano cit., IV, pp. 240-243.
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Anche il rapporto dell’ente religioso con il comune di Milano, nonostante i citati interventi dell’istituzione laica in favore del monastero, non era scevro di momenti di tensione, come dimostra, ad esempio, un documento del 1296, in cui un giurisperito, Gilberto Bonparente, dichiara la non legittimità di una tassa che la città intendeva esigere pro feudo sindicatus dai comuni di Olgelasca e Cimnago, stanti i privilegi concessi dal pontefice alle monache di S. Vittore di Meda [34].

Fra le prerogative concesse dalla Santa Sede al monastero figurava anche l’attribuzione della prebenda relativa alla chiesa di S. Adriano di Olgelasca: alla fine del 1297, ad esempio, alla morte del titolare della prebenda, prete Gaspare Nuxantis, un altro sacerdote, prete Ambrogio Canziani di Senago viene invitato a recarsi al monastero di Meda per esserne investito [35].

La scarsa consistenza del beneficio relativo a S. Adriano risulta tuttavia insufficiente per prete Ambrogio, che decide di non accettare l’incarico [36].

In ogni caso sappiamo che nel 1303 S. Adriano disponeva di un cappellano nella persona di prete Beltramo Poncionus [37].

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[34] AATMeda, SVP, 1296, luglio 27.
[35] AATMeda, SVP, 1297, dicembre 17.
[36] AATMeda, SVP, 1298, gennaio 2.
[37] AATMeda, SVP, 1303, maggio 28.
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Un altro problema certamente molto vivo per il monastero medese era quello del taglio indiscriminato degli alberi, che venivano abbattuti proditoriamente per lucrare sulla vendita del legname, materia prima indispensabile, anzitutto per il riscaldamento e le costruzioni.

Nell’ottobre del 1257, infatti, Vassallo Gastoldus, Pietraccio Gastoldus, Boschetto, Accorsio e Petraccio detti de Bonvasalis di Olgelasca ed un certo Giacomo pagavano 60 soldi terzioli per ciascuno alla badessa Maria da Besozzo, perchè avevano tagliato e venduto alberi e piante contro “il diritto e il volere del monastero e senza la parola della badessa”[38] .

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[38] AATMeda, SVP, 1257, ottobre 30.
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Nel 1274 troviamo, inoltre, un documento nel quale la badessa rivolgendosi ai alcuni suoi districtabiles, ossia coloro sui quali esercitava il potere giurisdizionale, ingiunge loro che “bene salvent et custodient predictum locum et teritorium de Olzelascha” e, subito dopo, aggiunge “e non taglino nè sradichino alcun albero senza il permesso della badessa o di un suo rappresentante” [39].

Ancora nel 1291 la badessa era costretta a far giurare agli uomini di Olgelasca che non avrebbero tagliato nè fatto tagliare alcun albero senza il suo permesso [40].

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[39] AATMeda, SVP, 1274, settembre 2.
[40] AATMeda, SVP, 1291, settembre 3.
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Il paesaggio e le sue trasformazioni

Le principali varietà ambientali riscontrate ad Olgelasca sono, nell’ambito dell’incolto, la selva, il bosco, la brughiera, il gerbo ed il prato, cui si aggiungono le aree coltivate, ovvero il campo e la vigna.

La differenza tra la selva ed il bosco si va precisando nella documentazione milanese durante il XII secolo, anche se è opportuno non porre la questione in termini assoluti: la parola buscus si riferisce quasi sempre al bosco ceduo, non al querceto, mentre il vocabolo silva indica nella maggior parte dei casi una forma di sfruttamento del manto arboreo diversa dal taglio periodico. Indicazioni più precise sui tipi di bosco possono poi giungere dai fitotoponimi, cioè dai nomi di luogo che derivano da un tipo di pianta: la presenza di querce è ad esempio testimoniata dal microtoponimo in Cerri, mentre l’area detta in Albaredum rimanda al pioppo.

In tutti i casi bisogna però tener presente che il nome della località che si ritrova nelle fonti può anche riflettere una situazione originaria, preesistente alla documentazione, ma di fatto modificata al momento della sua stesura, per gli effetti dell’intervento umano.

In questa prospettiva un esempio significativo è dato dai tre appezzamenti siti in Cerri riportati nella (Tabella 1), dato che in un solo caso abbiamo l’effettiva presenza di una selva, per di più già intaccata dal fenomeno del disboscamento, come dimostra l’espressione “selva o guasto”.

Un’analoga situazione si riscontra nelle Tabelle 4 e 5 dove in Albaredo si trova un gerbo, termine che indica genericamente un’area incolta, ma è non di rado associato all’idea del pascolo, in particolare del pascolo magro, molto simile alla brughiera, come dimostra anche l’appezzamento “a gerbo o brughiera” in Novelledo (Tabella 2).

Com’è dunque evidente, gli ambienti rilevati non rimangono immutati nel corso del tempo, ma la documentazione ci parla chiaramente, soprattutto a partire dalla seconda metà del XIII secolo, di un esteso arretramento delle selve e del bosco, di un enorme avanzamento della brughiera e di uno sviluppo della vigna. Sostanzialmente stabili rimangono invece le quote dei campi coltivati e del gerbo.

Per rilevare questi fenomeni è utile confrontare i dati diponibili per il 1245 [41], per il 1274 [42] e per il 1283 [43] relativamente al territorio di Olgelasca (Tabelle 3, 4 e 5).

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[41]  Gli atti del comune di Milano cit., IV, p.71 . Il documento è citato anche in MARCORA, Spoglio di pergamene cit., p. 64.
[42]  AATMeda, SVP, 1274, settembre 2.
[43]  AATMeda, SVP, 1283, agosto 31.
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Tabella 3: Terre del monastero di S. Vittore di Meda in Olgelasca nel 1245.

Tipologia del terreno

Estensione

Toponimo

Selva

320 pertiche

In Novellina

Selva

380 pertiche

In Silva de Mussa

Selva

150 pertiche

Ad Serta

Bosco

250 pertiche

Ad Novellinam

Bosco

120 pertiche

In Brucello

Bosco

130 pertiche

In Silva de Mussa

Brughiera

230 pertiche

In Silva de Mussa

Brughiera

60 pertiche

In Ginascha

Gerbo

80 pertiche

In Novellinam

Gerbo

60 pertiche

In Bruzello

Gerbo

60 pertiche

In Ginascha

Prato

30 pertiche

In Bruzello

Campo

250 pertiche

In Bruzello

Campo

150 pertiche

In Silvam Ladam

Vigna

20 pertiche

In Silvam Ladam

Tabella 4: Terre del monastero di S. Vittore di Meda in Olgelasca nel 1274.

Tipologia del terreno

Estensione

Toponimo

Selva

200 pertiche

In Novellina

Selva

150 pertiche

In Silva de Musso

Selva

250 pertiche

In Bruzello

Bosco

260 pertiche

In Silva de Mussa e in Novellina

Brughiera

120 pertiche

In Bruzello

Brughiera

120 pertiche

In Bruzello

Brughiera

150 pertiche

Ad Serta

Brughiera

180 pertiche

In Novellina

Brughiera

250 pertiche

In Novellina

Brughiera

260 pertiche

In Silva de Mussa

Brughiera

60 pertiche

In Ginascha

Gerbo

80 pertiche

In Novellinam

Gerbo

60 pertiche

In Bruzello

Gerbo

60 pertiche

In Albaredo

Prato

10 pertiche

In Banno

Prato

12 pertiche

In Finascho

Prato

20 pertiche

In Bruzello

Campo

240 pertiche

In Bruzello

Campo

150 pertiche

In Silvam Ladam

Vigna

20 pertiche

In Silvam Latam

Vigna

100 pertiche

In Silvam Latam

Vigna

20 pertiche

In Bruzello

Tabella 5: Terre del monastero di S. Vittore in Olgelasca nel 1283.

Tipologia del terreno

Estensione

Toponimo

Bosco

150 pertiche

In Silva de Musso

Bosco

160 pertiche

In Silva de Mussa

Brughiera

380 pertiche

In Bruzello

Brughiera

120 pertiche

In Bruzello

Brughiera

150 pertiche

Ad Serta

Brughiera

250 pertiche

In Novellina

Brughiera

320 pertiche

In Novellina

Brughiera

250 pertiche

In Silva de Mussa

Brughiera

60 pertiche

In Ginascha

Gerbo

80 pertiche

In Novellinam

Gerbo

60 pertiche

In Bruzello

Gerbo

60 pertiche

In Albaredo

Prato

10 pertiche

In Bruzello

Campo

250 pertiche

In Bruzello

Campo

150 pertiche

In Silvam Ladam

Vigna

20 pertiche

In Silvam Latam

Vigna

100 pertiche

In Silvam Latam

Vigna

20 pertiche

In Bruzello

Tabella 6: Le tipologie di terreno e il perticato di Olgelasca a confronto

Totale per tipologia di terreno:

Anno 1245

Anno 1274

Anno 1283

Selva

1000 pertiche

600 pertiche

n.d.

Bosco

500 pertiche

260 pertiche

310 pertiche

Brughiera

290 pertiche

1140 pertiche

1530 pertiche

Gerbo

200 pertiche

200 pertiche

200 pertiche

Prato

30 pertiche

42 pertiche

10 pertiche

Campo

400 pertiche

390 pertiche

400 pertiche

Vigna

20 pertiche

140 pertiche

140 pertiche

Totale del perticato :

2440 pertiche

2772 pertiche

2590 pertiche

 

In certi casi le fonti stesse ricordano esplicitamente l’avvenuta trasformazione del territorio. Consideriamo, ad esempio, la vigna, che tra il 1245 e il 1274 passa da 20 pertiche a 140.

Alle prime 20 pertiche attestate in Silvam Latam, ovvero in un territorio in origine boschivo, si aggiungono infatti cento pertiche di vigna “que consuevit esse silva sive buschus”, mentre altre venti pertiche di vigna “que consuevit esse pratum” vengono ricavate nella località in Bruzello.

La coltivazione della vigna era una delle più difficili da attuare, per le assidue cure che richiedeva; il vino del resto era richiestissimo, non solo per il consumo dei laici, ma anche per gli usi liturgici.

Anche l’espansione della brughiera era connessa alle operazioni di disboscamento, che erano lente e difficili e potevano protrarsi per tempi lunghissimi, dati i limitati mezzi dell’epoca.

Il documento del 1274 ricorda infatti numerose pertiche di brughiera che un tempo erano selva: 120 pertiche in Bruzello, 180 in Novellina e 150 ad Serta (“luogo di confine; luogo recintato”).

Lo stesso toponimo in Novellina indica del resto un’area di recente messa a coltura.

L’atto del 1283 segnala, invece, l’origine selvosa di 320 pertiche di brughiera in Novellina, mentre ricorda che le già citate 150 pertiche di brughiera ad Serta “furono misurate come selva al tempo delle vecchia misurazione della terra”.

Un altro dato che salta all’occhio dall’analisi delle tabelle riguarda la variazione del perticato di Olgelasca, così come è dichiarato nelle fonti di S. Vittore: risulta pari a 2440 pertiche nel 1245, sale a 2772 pertiche nel 1274 e scende nuovamente a 2590 pertiche nel 1283.

In un altro documento, databile al 1288 o di poco posteriore, estratto da un misterioso “libro della Margherita”, custodito presso l’ufficio degli inventari del comune di Milano, il perticato di Olgelasca risulta invece di sole 1946 pertiche, ma la circostanza si può spiegare invocando una consuetudine propria dell’ufficio milanese degli inventari, secondo la quale l’estensione valutata era diminuita di un terzo rispetto alla sua reale entità.

Il perticato ottenuto sommando il terzo mancante sarebbe infatti pari a 2919 pertiche, ovvero una somma molto vicina a quella di 2875 pertiche che si riscontra in un documento del 1291 [44].

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[44]
 AATMeda, SVP, 1291, aprile 15. L’atto è stato edito parzialmente in Gli atti del comune di Milano cit., IV, pp. 481-482.
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Bisogna però tener conto del fatto che le misurazioni delle terre, che dovevano essere consegnate alle autorità milanesi, non procedevano sempre con regolarità: nel 1290, infatti, il presidente dell’ufficio degli inventari di Milano, il giudice Egidio Allegri, emetteva una condanna pecuniaria di 200 lire e 12 soldi per l’errata o omessa denuncia del perticato di Olgelasca, riconoscendolo pari a 1946 pertiche e 13 piedi e mezzo, inclusa la detrazione di un terzo [45].

Lo stesso giudice stabiliva poi una cifra per la quale il comune di Olgelasca doveva essere valutato nella lista dei contribuenti della Camera di Milano, pari a 1455 lire.

Dopo che, finalmente, gli venne consegnata una corretta misurazione, a cura del comune di Olgelasca, il giudice si interrogò sulla legittimità della condanna da lui inflitta e per risolvere il problema richiese l’autorevole parere di due giurisperiti, Giovanni Liprando e Taruzano Cavazia [46], anche se non conosciamo la sentenza da essi fornita.

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[45] Gli atti del comune di Milano cit., IV, pp. 455-456.
[46] Gli atti del comune di Milano cit., IV, p. 457.
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Per quanto riguarda i confini di Olgelasca, le fonti nel 1274 ci dicono che “il territorio confina a est in parte con il territorio di Brenna e di Pozzolo e si estende fino al bosco di Ottone di Brenna, sopra la valle di Brenna; a sud confina in parte con il territorio di Carugo fino alle selve di Carugo, che sono di Axandrus da Carugo e di Guarnerio Mistura e Ambrogio Mistura ed in parte (confina) con il territorio di Mariano, fino alla brughiera di Manfredo Gironus.

E a ovest confina con il territorio di Vighizzolo, fino alla selva di Arderico Terragni, a nord confina con il territorio di Alzate, fino alle brughiere che sono di Pietro Porro di Alzate e sono chiamate ad Facudum”.

Nel 1291, invece, i confini vengono così definiti: “ l’intero territorio confina a est con il territorio di Brenna e di Carugo e si estende verso il territorio di Brenna fino al bosco di Protasio di Brenna, che è detto alla Costa, e verso il territorio di Carugo si estende fino alla selva di Beltramo de Beloto e fino alla selva e alla brughiera di Alberto de Ghigho e fino alla brughiera di Francius Rubeus.

E a sud in parte confina con il territorio del borgo di Mariano e si estende fino alla brughiera ed al bosco dei frati Umiliati di Mariano e ad una brughiera di Guiscardo da Carugo e fino ad una brughiera di Tascha da Giussano e di Manfredo Gironus.

E a ovest confina con il territorio di Vighizzolo e si estende fino alla brughiera di Girardo da Briosco e fino alla brughiera e alla selva di Arderico Terragni di Cantù e fino al prato e alla brughiera di Vassallo de Ossenago che è detta in Bruzello e fino al campo, al prato e alla brughiera di Ottone di Brenna, che è detta in Bruzello e fino alla selva e alla brughiera di Renegiadus da Castello da Vighizzolo e fino al bosco di Guidone de Zovenzo, che è detto in Montegio.

E a nord confina con il territorio di Alzate e si estende fino ad Silvam Longam e fino alla brughiera comune dominorum de Gluxiano e fino alla brughiera di Parrino da Alzate ”.

Sempre nel 1291 veniamo a sapere che il monastero di S. Vittore di Meda è in possesso due boschi nel territorio di Brenna, nella zona a confine con Olgelasca detta “alla Costa”, denominazione molto comune per indicare, come in questo caso, un rialzo del terreno.

Si tratta da un lato di 62 pertiche di bosco ad Costam de Olcellasca, che sono in parte in piano ed in parte rialzate e confinano a est con Leone, Protasio ed Ottone da Brenna, a sud con Ottone da Brenna, a ovest in parte con terre del monastero ed in parte con Landolfo da Brenna, a nord con Balsanus da Brenna.

Il secondo bosco, ad Costam ha invece un’estensione di quaranta pertiche e confina a est con beni del monastero di S. Vittore, a sud con Ottone da Brenna, a ovest in parte con Ottone da Brenna ed in parte con Landolfo da Brenna, mentre a nord confina con Balsanus da Brenna.

Un’altra testimonianza sui possessi di S. Vittore nel territorio di Brenna risale al 1305: si tratta di due campi, uno di 7 pertiche, 4 tavole e 5 piedi e l’altro di 7 pertiche, siti “in valle Sorda” (il secondo nella microlocalità di “Mirovano”), che vengono notificati da Giacomo Gastoldus di Olgelasca e da Giovanni da Pozzolo di Pozzolo al sindicus del monastero, prete Guidone da Besozzo [47].

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[47] AATMeda, SVP, 1305, maggio 10. In realtà l’atto contiene una data posteriore 1305, maggio 23.
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L’anno successivo questi appezzamenti di terreno vengono dati in affitto dalla badessa Libera da Besozzo a Gerardo Carloni fu Pietraccio di Fabbrica [48].

Tra i testimoni presenti all’atto in questione, oltre al già citato Guidone da Besozzo, che risulta beneficiario della chiesa di S. Giorgio di Cabiate, compaiono prete Giacomo da Brenna, beneficiario della chiesa di Pozzolo e prete Beltramo Ponzonus, che va identificato con il personaggio segnalato come cappellano di S. Adriano nel 1303.

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[48] AATMeda, SVP, 1306, marzo, 28.
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I massari

Gli abitanti di Olgelasca, sottoposti ai poteri giurisdizionali del monastero, erano anche, nella maggioranza dei casi, investiti dall’ente dei beni fondiari che conducevano.

Ciascuna famiglia di coloni aveva a disposizione un nucleo abitativo, composto da edifici, aia e orto, cui si aggiungevano le terre da coltivare e l’incolto, sfruttato principalmente per la raccolta di legna, per il pascolo e per la caccia.

Alcuni gruppi familiari, come i Gastoldi e gli Stanni, sono attestati con continuità sul territorio, altri, invece, vanno scomparendo dalla documentazione (tabella 7).

E’ questo, ad esempio, il caso dei Macario, una delle prime famiglie di Olgelasca di cui si conoscano le relazioni con il monastero, e degli Homiabene, non più rintracciati sul territorio subito dopo la seconda metà del secolo XIII.

I trasferimenti del resto non erano così infrequenti: i fratelli Boschetto, Pietraccio e Accorso Bonvasalli, che giungono da Seregno, sono attestati ad Olgelasca negli anni Cinquanta del XIII secolo, ma poi escono nuovamente di scena.

Nel 1295, probabilmente proprio per l’arrivo di una nuova famiglia sulle terre del monastero, abbiamo un interessante caso di divisione di un massaricium, ossia di un’unità di conduzione agricola, fra due distinti gruppi familiari: i sindici di S. Vittore, Anselmo Boccardo e Francino da Besozzo stabiliscono, sotto pena di 60 lire terziole, che Ambrogio Fians, suo padre Ambrogio e suo fratello Cabrio lavorino due parti del masserizio in questione, mentre la terza parte resti di pertinenza di Guidottino del fu Guidotto Gastoldo e di Liberina del fu Simone Gastoldo [49].

Se il padre di Guidottino Gastoldo, Guidotto, era stato in vita un massaro del monastero, il nucleo familiare dei Fiantes, invece, non sembra comparire nella documentazione precedente, mentre è attestato da questo momento in poi.

Nel 1299, ad esempio, Ambrogio Fians fu Ambrogio fa due promesse di pagamento con scadenza a S. Pietro al monastero di S. Vittore [50]: in un documento si impegna a versare 3 lire e 12 soldi di ambrogini nuovi per l’affitto del sedime e dei beni concessigli dal monastero, mentre nell’altro, l’obbligo, che reca la medesima causale, è pari a 8 lire e 8 soldi di ambrogini nuovi.

La divisione del masserizio in due parti disuguali risulta ancora vigente nel 1305, quando accanto all’ammontare complessivo della quota di censo per l’unità poderale originaria, si specifica poi che un terzo dell’affitto grava su Guidotto Gastoldo ed il resto sui fratelli Fiantes [51].

Questo tipo di ripartizione, in effetti, non è propria solo del caso illustrato, ma coinvolge nel 1305 altri due masserizi: abbiamo infatti un affitto diviso anche fra i fratelli Pietro (1/3), Giacomo e Otto Stani (2/3) da un lato e tra i fratelli Guifredo (1/3), Giovanni e Martino Stani (2/3) dall’altro.

La differenza rispetto al primo esempio sta però nel fatto che in questi casi è evidente un legame familiare fra i vari conduttori, quindi la divisione può essere facilmente ricondotta a delle logiche di spartizione ereditaria.

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[49] AATMeda, SVP, 1295, luglio 29.
[50] AATMeda, SVP, 1299, aprile 12.
[51] AATMeda, SVP, 1305, giugno 6.
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Se nel 1245 il censo richiesto ai contadini di Olgelasca era esclusivamente in natura e prevedeva la consegna di frumento e capponi (tabella 8) , sessant’anni dopo i fitti sono molto più articolati: nel 1305 i massari di Olgelasca devono infatti versare complessivamente al monastero di S. Vittore di Meda: 50 moggi fra segale e panìco, 10 moggi di frumento, di 10 carri di mosto buono (scelto dagli emissari del monastero), 16 carri di legna secca, 12 galline vecchie e 36 capponi, 14 soldate di uova.

Un altro onere previsto era quello di offrire fino a 16 pasti l’anno a tre uomini inviati dal monastero: si trattava probabilmente di persone con il compito di controllare lo svolgimento di importanti operazioni agricole, come la mietitura e la vendemmia.

A tale proposito si specifica che i pasti devono comprendere carne o pesce a seconda dei giorni dell’anno e che in caso di mancata consumazione di tutti i pasti previsti è d’obbligo versare un corrispettivo pecuniario pari a 5 soldi terzioli milanesi.

La ripartizione delle quote di censo sui singoli conduttori si rileva dalla tabella 9.

Tabella 7: I massari di S. Vittore di Meda a Olgelasca.

1245

1254

1274

1291

1305

Alessandro Gastoldo

Vassallo Gastoldo

Pietraccio Gastoldo

Giacomo Gastoldo  * 1

Giacomo Gastoldo fu Pietraccio e i fratelli Giovanni e Fazio

Guido Scanus

Boschetto Bonvasalius

Uberto Gastoldo

Filippo Gastoldo

Eredi di Airoldo Gastoldo 2

Vassallo di Olgelasca

Ottoroldo da Arosio

Airoldo Gastoldo

Giovanni Gastoldo

Guidotto Gastoldo fu Guidotto

Martino Regalis

Ardizzone da Sesto

Guidotto Stannus

Guidotto Gastoldo

Ambrogio e Cabrio Fians fu Ambrogio

Pietro Macario

Martino Omiabene

Mariano Stannus

Gasparino Gastoldo   *

Ardrigotto da Ponte fu Domenico

Marco Homiabene

Giovanni Stannus

Nazario da Ponte

Airoldo Gastoldo *

Guifredo Stanus fu Mariano

Eredi del fu Ottone de Landulfo

Lombardo Machario

 

Pietro Stannus *

Giovanni e Martino fu Mariano Stanus

 

Mariano Gastoldo

 

Guifredo Stannus*

Giacomo e Otto fu Guidotto Stanus

     

Nazario da Ponte *

Pietro fu Guidotto Stanus

Tabella 8 :Canoni d’affitto annui dovuti al monastero di S. Vittore di Meda dai massari di Olgelasca nel 1245.

NOMINATIVI

FITTO ANNUO

Alessandro Gastoldo

Un cappone e un quartario di frumento

Guido Scanus

Un cappone e un quartario di frumento

Vassallo di Olgelasca

Due capponi e una mina di frumento

Martino Regalis

Un cappone e un quartario di frumento

Pietro Macario

Due capponi e una mina di frumento

Marco Homiabene

Un cappone e una mina di frumento

Eredi del fu Ottone de Landulfo

Un cappone e una mina di frumento

Tabella 9: Canoni d’affitto annui dovuti al monastero di S. Vittore di Meda dai massari di Olgelasca nel 1305, ripartiti per ogni singolo masserizio.

NOMINATIVI

FITTO ANNUO

Giacomo Gastoldo, fratelli e nipoti

21 moggi, metà in segale e metà in panìco

25 staia di frumento

4 carri (plaustra) e 4 brente di mosto

6 carri di legna

11 capponi

5 galline vecchie

60 uova di gallina

18 soldi terzioli

6 pasti

Ardrigotto da Ponte

7 moggi fra segale e panico

13 staia di frumento

1 carro e mezzo di mosto (

3 carri sgienarum

8 capponi

3 galline

30 uova

10 soldi

2 pasti

Stefano Gastoldo e fratelli

28 staia tra segale e panico

1 moggio di frumento

5 brente di mosto

2 carri di legna

3 capponi

2 galline

20 uova

5 soldi

2 pasti

Guidotto Gastoldo, Ambrogio et Cabrio Fiantes

30 staia tra segale e panico

1 moggio di frumento

5 brente di mosto

2 carri di legna

3 capponi

2 galline

20 uova

5 soldi

2 pasti

I fratelli Pietro, Giacomo e Otto Stani 3

6 moggi e 2 staia tra segale e panìco

12 staia di frumento

1 carro di mosto

2 carri di legna

4 capponi

2 galline

20 uova

6 soldi

2 pasti

I fratelli Guifredo, Giovanni e Martino Stani 4

6 moggi e 2 staia tra segale e panìco

12 staia di frumento

1 carro di mosto

2 carri di legna

4 capponi

2 galline

20 uova

6 soldi

2 pasti

 
1 I nomi segnalati con un asterisco (*) sono quelli dei titolari di un masserizio, dato che per quest’anno conosciamo anche i nomi dei collaboratori.
2 Sotto questa dicitura si celano Stefano Gastoldo ed i suoi fratelli.
3 Si specifica che Pietro deve pagare un terzo dell’affitto e gli altri due fratelli la parte restante.
4 Un terzo del canone grava su Guifredo, la parte restante sugli altri due fratelli.

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